Precisazione

Leggo dal Disinformatico, il blog di Paolo Attivissimo, che stimo come una persona molto seria e professionalmente estremamente in gamba, questo post in cui si parla di Harun Yahya. Per inciso, mi e’ capitato tra le mani l’altro giorno il suo famoso Atlante della Creazione e ho trovato i pochi testi che ho letto degni di un bambino di quarta elementare che soffre di ADHD, ma questa e’ un’altra storia.

La precisazione che mi preme scrivere riguarda la penultima frase del post, in cui scrive:

“Chi volesse documentarsi sulle basi scientifiche solide e concrete dell’evoluzione e sul fatto che l’evoluzione non è in conflitto con la fede (come del resto dichiarato anche da Papa Giovanni Paolo II) ha a disposizione un buon numero di siti Internet, anche in italiano, come Pikaia.eu, L’orologiaio miope o questa del Cicap. In inglese segnalo in particolare la chiarissima FAQ dell’emittente pubblica statunitense PBS e Talkorigins.org.”

Mi dispiace, Paolo, ma io penso che l’evoluzione e la fede non abbiano niente a che spartire l’una con l’altra perche’ appartengono a piani mentali differenti. Se li accosti forzatamente, pero’, come hai fato tu, allora si, il conflitto ce lo vedo eccome, e penso di averlo sempre lasciato trasparire in questo blog.

Published by tupaia on February 8th, 2010 tagged riflessioni, fanatici religiosi, creazionisti, Varie ed eventuali | 6 Comments »

Sulla caccia - esternazioni dal profondo

Non mi faro’ molti amici con questo post, ma questo non dovrebbe cambiare la mia situazione piu’ di tanto.

E’ solo che ultimamente ho questo bolo che non riesce ad andare giu’, allora cerco di farlo risalire dicendo fuori dai denti quello che penso sulla caccia.

Il mio problema con la caccia, ad essere precisi, sono i cacciatori. Non necessariamente i singoli individui, ovviamente, ma la massa.

Il termine “cacciatore”, mi si dira’, ha molte sfumature per cui non si puo’ fare di tutte le erbe un fascio. Verissimo. Allora guardiamole queste sfumature.

Abbiamo dentro i nostri geni un milione di anni di selezione naturale come cacciatori-raccoglitori, che certamente 10.000 anni da agricoltori  non sono stati sufficienti a rimuovere. Il cacciatore-raccoglitore tradizionale caccia con archi, frecce e lance, come tutt’ora fanno i Koi-San o i Pigmei. Anche fionde e cerbottane vanno bene all’occorrenza, magari con dardi avvelenati, come gli Yanomami, o trappole costruite con mezzi di fortuna. Passa la vita nelle foreste o pianure in cui va a caccia e conosce e rispetta l’ambiente che lo circonda come o meglio del miglior naturalista professionista. Non uccide piu’ animali di quelli che riesce a consumare e spesso venera la preda con un senso di misticismo religioso, come i tanti affreschi rupestri lasciatici dai nostri antenati testimoniano. Il cacciatore-raccoglitore e’ un uomo coraggioso. Sa benissimo che le sue prede possono ucciderlo e che un cinghiale ferito che si rivolta contro di lui non gli lascera’ scampo, poiche’ per colpire la sua preda con le armi di cui dispone si deve avvicinare ad una distanza tale da non consentirgli la fuga. Se il cacciatore-raccoglitore passa la prova per diventare adulto e’ perche’ ha dimostrato di saper sopravvivere nella foresta, o perche’ ha dimostrato di saper sopportare il dolore o la paura o la stanchezza, abilita’ che gli serviranno nella caccia. Un cacciatore che sopravvive sino all’eta’a dulta e che e’ bravo nel suo mestiere e’ un uomo rispettato dalla tribu’, che sa di poter contare su di lui nei momenti peggiori. Il suo status sociale quindi e’ alto e l’uomo merita di essere rispettato.

 

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“Ehi, io sono il cacciatore, tu dovresti essere la raccoglitrice!” “Ma lui stava sulla roba che volevo raccogliere”. Vignetta da: Bizarro.com

Il cacciatore medio moderno italiano di professione (800.457  cacciatori patentati nel 2002 ben distribuiti tra Nord, Centro e Sud) fa il commercialista o, nel migliore dei casi, l’allevatore di bestiame. Non e’ mediamente in grado di distinguere una marzaiola da un’alzavola e vive in citta’ o in paese. Si reca nei boschi solo durante la stagione di caccia, e mediamente non conosce il territorio in cui si muove. La sua arma e’ un fucile di precisione con mirino telemetrico con una portata di almeno 900 m (Remington 700 per la caccia al cervo), se va a caccia di animali grossi e potenzialmente pericolosi, come appunto un cervo. Come dice il sito della Beretta, “sono armi che hanno la capacità di fermare la preda con il notevole potere d’arresto del primo colpo, assicurando la disponibilità immediata di un potente secondo colpo in caso di necessità”. Ha con se una muta di cani che gli stana la preda e la spinge verso di lui, o che la fa alzare in volo, o che gliela riporta se cade in un posto scomodo come l’acqua di una palude. Si costruisce comodi capanni di caccia in cui aspettare non visto la preda. Non va mai o quasi a caccia da solo, di solito e’ accompagnato da un guardiacaccia (che almeno conosce il territorio, cosi’ il commercialista non si perde) che gli indica a cosa sparare e quando, mentre lui si limita a fare del tiro al bersaglio ad un capriolo spesso attirato con il sale. Lo scopo principale della caccia non e’ procurarsi da mangiare (i 10.000 euro e passa che ha speso tra fucile, licenza, equipaggiamento e cani gli consentirebbero di pasteggiare lautamente), ma di vantarsi con gli amici al bar. Lo status sociale che guadagna si limita ad una cerchia di 15 altri cacciatori semi-ubriachi. Della preda non gli importa nulla ma spara sino a che il carniere non e’ pieno anche a costo di regalare le prede perche’ lui mangia solo bistecca di Angus argentino, ma desidera portare a casa un trofeo. Negli assoluti limiti della legge, per carita’. E’ solo che le leggi a volte le trova un po’ restrittive, allora perche’ non modificarle grazie agli opportuni appoggi politici del commercialista di cui sopra? E quindi compaiono perle cole la legge Orsi (per fortuna fermata) o l’articolo 38 che modifica la legge 157 eliminando i limiti di caccia dal 1 settembre al 31 gennaio (questo sembra che passera’ indenne, il Parlamento deve pur dare un contentino ad alcuni suoi membri dall’animo “verde” ogni tanto, in fondo, e se l’ISPRA non e’ daccordo che se ne frega di quelle teste d’uovo?).

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Orgogliosi cacciatori mostrano le loro oche delle nevi in un campo pieno di… oche delle nevi. Foto da: basspro.com

Poi c’e’ il cacciatore della Domenica, quello che caccia appunto di Domenica anche se non si puo’ (?) perche’ lui e’ al di sopra delle leggi. Ho conosciuto un tale che ha pasteggiato per molti anni a base di fenicotteri rosa grazie alle sue abilita’ di cacciatore della domenica, appunto, e quando l’eta’ avanzata ha cominciato ad impedirgli di praticare questo suo hobby innocente ha appaltato l’attivita’ ad un amico. Il cacciatore della Domenica caccia in genere da solo, conosce bene il territorio perche’ spesso fa l’agricoltore nei paraggi e spara quando quelli che pagano la licenza stanno a casa, in modo che nessuno lo veda andare per boschi. A volte va a caccia quando la legge glielo consente, opportunamente munito di licenza, e senza licenza quando la legge non glielo consente. Tanto visto il numero di guardiacaccia presenti sul terriotrio nazionale (0.8 guardiacaccia, tra volontari e non, in rapporto ai cacciatori effettivamente presenti e distribuiti su 1000 ha, dati ISTAT, 2002), si e’  matematicamente certi di non essere sgamati. Ad essere precisi, tecnicamente ci sarebbero 226 cacciatori patentati per ogni guardiacaccia professionista, secondo i dati ISTAT del 2002, i piu’ recenti consultabili).

Poi c’e’ il cacciatore senza fucile, quello che caccia coi sistemi di suo nonno.  Bene, mi direte voi, qualcuno che torna alle origini e alle tradizioni degli antenati cacciatori-raccoglitori. Ma neanche per sogno, vi direi io, siamo nel XXI secolo e degli antenati non frega niente a nessuno, conta la moneta. Mi riferisco ai signori muniti di archetto, vishio e reti che prendono gli uccelli di passo. Quest’anno sono stati beccati quelli sardi (la notizia sta facendo il giro del mondo perche’ e’stata ripresa da giornali di portata internazionale tipo BBC Wildlife), ma  non e’ che nel resto d’Italia sia meglio. E questo solo per gli uccelli, senza contare i mammiferi.

[OMISSIS: FOTO DI UN PETTIROSSO CATTURATO CON UN ARCHETTO: MI FACEVA IMPRESSIONE]

 

Io non  riesco a provare nessun rispetto per questa gente. Neanche per quelli che rispettano le leggi anche se poi le vogliono modificare, se e’ per questo.

Mi diranno i cacciatori, certamente, che il prelievo degli ungulati e’ necessario perche’ non ci sono abbastanza predatori. Vero, non saro’ io a negarlo. Sfortunatamente neanche un ufficio regionale efficiente come quello del Piemonte e’ in grado di fornire dati sui censimenti degli ungulati, o le tecniche di censimento, in modo da stabilire scientificamente la quota del prelievo venatorio. Ci sono troppi cinghiali e vanno abbattuti. D’accordissimo. Ma quant’e'”troppi”? Com’e’ che quando bisogna proteggere le specie a rischio bisogna portare dati alla seconda decimale, e quando bisogna fare gli abbattimenti si portano i dati MCMC (che non sta per “Markov Chain Monte Carlo methods”, ma per “Mezz’alla Cazzo e Mezz’a Capocchia”)? E non mi pare che il prelievo dei germani reali, o dei chiurli, o delle lepri, sia altrettanto necessario, quindi questi come si giustificano, visto che le associazioni venatorie pretendono di essere quelle che controllano e regolano gli ecosistemi?

Ma le riserve di caccia (1.260.744 ettari nel 2006, sempre secondo l’ISTAT), proteggono effettivamente gli ecosistemi, mi si dira’, che altrimenti sarebbero terreni destinati a scopo agricolo dai proprietari. Quindi per proteggere un ecosistema e’ necessario sacrificare alcuni anelli della catena. E questo in base a quale dato ecologico e’ vero? Se il proprietario della riserva guadagna dai cacciatori o dalla coltivazione del fondo, non potrebbe guadagnare magari dall’ecoturismo, senza danni per nessuno? Una Nikon D90, che mi e’ stata alla fine regalata da un caro amico che legge questo blog e che ringrazio qui ufficialmente, costa 800 euro (le donazioni ricevute son bastate per un obiettivo, ringrazio qui ufficialmente anche i generosi sottoscrittori). Un fucile da caccia costa sicuramente altrettanto se non di piu’, anche se non ho idea di quanto. Certo, le foto non si mangiano, ma di sicuro rimangono piu’ a lungo di un’allodola spappolata, che non e’ che abbia tanta piu’ carne da mangiare di una foto. E’ solo che gli amici al bar riderebbero se gli si presentasse la foto di un beccaccino. In questo consiste oramai la caccia.

L’unica eccezione che posso fare, e’ per quella minoranza di cacciatori che sparano al coniglio (uno) o al germano, senza cani, tornano a casa e se lo mangiano per cena. Ma quanti cacciatori cosi’ ci sono, visto che una cena a base di un selvatico ogni tanto non giustifica l’ingente costo di tutta l’attrezzatura e della licenza? Eppure, se tutti i cacciatori fossero cosi’ questo post non avrebbe avuto ragione di essere scritto, e cosi’ pure l’Articolo 38.

Published by tupaia on February 7th, 2010 tagged riflessioni, Varie ed eventuali | 13 Comments »

Come disse l’Anomalocaris prima dell’Ordoviciano…

… “oggi una Pikaia, domani il mondo”.

Battute da nerd a parte, colgo con questo post l’occasione  per ringraziare pubblicamente Pikaia, il Portale dell’Evoluzione.

Da un po’ di tempo a questa parte infatti il buon Andrea Romano si autoinfligge punizioni che consistono nel rileggere, e in alcuni casi riadattare per i minori di 18 anni, alcuni dei miei post per ripubblicarli su Pikaia, della qual cosa non ho ancora avuto occasione di ringraziarlo in questa sede.

Qui il link a tutti  i post dell’Orologiaio Miope ripubblicati sinora da Pikaia.

Published by tupaia on February 5th, 2010 tagged evoluzionisti, annunci, Blogroll | 4 Comments »

Hello Kitty e’ una dilettante in confronto al gerboa dalle lunghe orecchie (Euchoreutes naso)

Non potrebbe essere piu’ carino neanche se a disegnarlo ci si fossero messi insieme Walt Disney, Ikuko Shimizu e Beatrix Potter. Sembra avere insieme tutte le caratteristiche infantili che piu’ ci colpiscono: due orecchie giganti, da Dumbo, che lo rendono impacciato, gli occhi grandi grandi, tondi e a perlina, la testa sproporzionatamente grande rispetto al corpo, i piedoni che saltellano tipo un cangurino e la coda col ciuffetto peloso alla punta. Complessivamente un incrocio tra un topo, un canguro e un coniglio. E’ meraviglioso, ma qualcuno mi passi dell’insulina.

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Sfortunatamente per il gerboa dalle lunghe orecchie non vive in una casetta rosa di pan di zucchero in Pet society, ma nel piu’ aspro dei deserti del pianeta: il deserto del Gobi, in Mongolia e Cina, con temperature che vanno da -40^C in inverno a +40^C in estate e una media di 100 mm di pioggia all’anno, con zone in cui non piove per 2-3 anni di fila.

Di questa specie si sa pochissimo. Di fatto, e’ stata di recente “riscoperta” da una spedizione organizzata dall’iniziativa EDGE della ZSL, organizzata dal Dr Johnatan Baille, che e’ riuscita a catturare il primo filmato di questa incredibile creaturina, eccolo. Il ricercatore che al momento si occupa di studiarli sul campo si chiama Uuganbadrakh Oyunkishigh, dal cui blog sono tratte tutte queste foto.

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L’habitat e’ costituito da aree desertiche, sabbiose e con bassi cespugli, ma e’ stato individuato anche nel Qing-Zang Plateau, freddo e ad elevata altitudine. Nonostante il clima freddo, il pelo e’ corto, ad eccezione del ciuffetto di peli sulla coda, ma dev’essere densissimo. I piedoni (4 cm su un animale lungo 7 cm) sono ricoperti di setole che aumentano la superficie di appoggio ed impediscono a questo topino saltellante di sporfondare nella sabbia friabile.

La funzione di questi piedi cosi’ grandi non e’ solo di impedire al topino di sprofondare nella sabbia, ma anche di consentirgli di fare salti altissimi e contrariamente a quanto accade negli altri gerboa, topi canguro e similari, il motivo di questi salti non e’ evitare i predatori  ma predare: il gerboa dalle lunghe orecchie e’ infatti in grado, come i pipistrelli, di localizzare la posizione di insetti alati dal suono e una volta individuata una preda che passa su di loro compiono grandi balzi in alto per catturarla. Incredibile, come tecnica di caccia. Questi gerboa sono infatti cosi’ unici che hanno non solo un genere, Euchoreutes, tutto loro, ma anche una sottofamiglia (Euchoreutinae). Gli altri gerboa infatti sono per lo piu’ granivori e vegetariani, e questa e’ l’unica specie che si pensa sia quasi esclusivamente insettivora.

Si suppone che, come gli altri gerboa, anche gli Euchoreutes naso siano notturni e, sempre per similitudine con gli altri gerboa, facciano dei bagni di sabbia per lasciare tracce odorose per comunicare con i conspecifici. L’udito (e le orecchie enormi) fanno comunque supporre anche una forma di comunicazione tramite vibrazioni. A dire la verita’  io ipotizzerei anche ultrasuoni, come i pipistrelli, e anche un sistema sonar visti la forma e le dimensioni delle orecchie, ma solo ulteriori ricerche potranno dirmi se ho ragione. Il nasino da maialino pero’ secondo me la dice lunga, serve di sicuro a respirare aria molto calda, ma magari anche ad emettere/ricevere qualcosa? .

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D’inverno il gerboa mongolo iberna in tane scavate sotto la sabbia per resistere alle bassissime temperature e gli accoppiamenti avvengono in estate due volte l’anno, con cucciolate di 2-6 piccolini, si pensa accuditi solo dalla madre. Sul comportamento riproduttivo, comunque, si sa ancora pochissimo, come di quasi tutto il resto. Si sa pero’ che il nostro piccolino e’ un grande ingegnere, e sa scavare almeno quattro tipi di tane diverse sotto la sabbia: una temporanea come rifugio diurno, una temporanea come rifugio notturno, una permanente per partorire e svazzare i cuccioli e una permanente per il letargo. Le tane vengono sigillate dall’interno per impedire al caldo e ai predatori di entrarvi.

Rapaci notturni come le civette sono considerati i principali predatori dei gerboa dalle lunghe orecchie, ma anche qui si rimane nel campo delle ipotesi. Si sa pero’ che, quando si sposta, questo velocissimo roditore mantiene le lunghe orecchie appiattite sul dorso (per evitare di inciamparci, suppongo), ed evidentemente questo lo espone ai predatori. Povero piccolo, evita di uscire dalla tana nelle giornate molto ventose per evitare di decollare, poiche’ le orecchie fanno da vela, e perche’ i venti da quelle parti raggiungono i 140 Km/h. Altro che Dumbo!

La specie e’ nella lista rossa della IUCN classificata come Endangered, a rischio. Immagino che allevare queste bestiole non sia facile, per via dell’ambiente estremo in cui vivono, ma sospetto che inserirli nel mercato della pet trade potrebbe essere un modo semplice per salvarli dall’estinzione se si riproducono in cattivita’, come e’ gia’ avvenuto per il criceto dorato. Chi non vorrebbe una bellezza cosi’ che gli saltella in giro per casa acchiappando zanzare, in estate? Per fortuna del gerboa altri non la pensano come me, e il gerboa dalle lunghe orecchie e’ stato inserito come una delle dieci specie bandiera del progetto EDGE: Evolutionary Distinct and Globally Endangered project, per cercare di salvarne l’habitat con tutte le specie ad esso associate.

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Published by tupaia on January 30th, 2010 tagged rari, notturni, mammiferi | 20 Comments »

L’evoluzione dei vampiri: Buphagus spp.

Molti di noi sanno che esistono mammiferi, i pipistrelli vampiro, che si nutrono di sangue di uccelli. Pochi pero’ sanno che esistono uccelli che si nutrono di sangue di mammifero, stabilendo con le loro “vittime” una relazione dai bordi ambigui e sfumati tra la simbiosi e il parassitismo. E l’aspetto ironico e’ che quello che per alcuni e’ un problema, per altri, i biologi evoluzionisti, e’ la piu’ eccitante delle ricerche.

Questa e’ la storia delle due specie di uccelli bufagidi, quegli uccellini dall’aria innocua che vivono sul dorso dei grandi ungulati in tutta l’Africa subsahariana e che sicuramente tutti avremo visto, anche se non notato, guardando i documentari sui grandi animali della savana africana come le zebre, le giraffe, gli gnu, gli ippopotami etc. Cosa ci fanno li, appollaiati sul dorso dei bufali?  Se guardassimo una ipotetica carta d’identita’ delle due specie in questione, Bufagus erythrorhynchus (dal becco rosso) e Bufagus africanus (dal becco giallo), alla voce “professione” ci sarebbe scritto “mangiatori di parassiti degli ungulati”, e sarebbe quasi la pura verita’. Questi uccellini si nutrono infatti di zecche, pidocchi, larve di botflies, tafani, mosche tsetse, sanguisughe, moscerini e zanzaroni assortiti, svolgendo un effetto benefico per l’animale che viene liberato da insetti nocivi e che portano malattie. Il bufago dal becco rosso, piu’ piccolo, preferisce gli stadi giovanili delle zecche, mentre quello dal becco giallo, un po’ piu’ grande, riesce a mangiare anche le grosse femmine di zecca gonfie di sangue, ma per il resto tra i due non ci sono sostanziali differenze. Ma una zecca piena di sangue ha il sapore del sangue, e perche’ non andare direttamente alla fonte?

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Buphafus africanus (Bufaga dal becco giallo). Fotocredit: tiscali.nl/jvanderw

Oltre che dei vari artropodi che infestano i mammiferi i bufagidi si nutrono anche di “prodotti derivati” dei mammiferi stessi, tipo il cerume delle orecchie, il muco che prendono dagli occhi e dalle narici, residui di pelle morta, lacrime, sudore e sangue (non e’ una citazione). Qui un video spettacolare su quest’operazione di toelettatura facciale su un bufalo, che sembra un po’ invasiva per la verita’. Si nutrono anche  del sangue e della carne stessi dell’animale: se ci sono ferite aperte si fanno strada col becco per bere il sangue e staccare pezzettini di carne viva, impedendo la rimarginazione delle ferite. Gia’ che ci sono si mangiano anche le mosche carnarie, ma e’ solo un beneficio collaterale. Spesso gli animali muoiono non a causa delle ferite che avevano, ma dei danni da bufagidi che non permettono alle ferite rimarginarsi e quindi si infettano. Se avete lo stomaco molto forte, guardate questo video, ma se siete sensibili non ve ne raccomando la visione (io ho chiuso gli occhi davanti a diverse scene e ho visto schifezze in vita mia che voi umani non potete neanche immaginare). In questo caso, accontentatevi di questo video, che mostra i bufagidi che si nutrono da una ferita di ippopotamo e una di giraffa. In tutti i video si tratta di ferite preesistenti, ma non e’ finita li. I bufagidi spesso, col loro becco appuntito, si aprono da se buchi nell’epidermide per nutrirsi del sangue e della carne del loro ospite, come dei veri e propri parassiti, ferite che non si chiuderanno piu’ sino alla morte dell’animale. Mi e’ capitato di vedere ad una conferenza, la settimana scorsa, una foto scattata in Sudafrica di una bufaga dal becco rosso che infila interamente il grazioso capino nell’ano di una giraffa, e non certo per beneficio della giraffa. L’uccello (honi soit qui mal y pense) e’ probabilmente solo alla ricerca di un posto dove la pelle e’ piu’ sottile e piu’ perforabile, e per la giraffa dev’essere terribile. Occasionalmente si nutrono anche dianimali morti.

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Honi soit qui mal y pense: Bufaga dal becco giallo alla ricerca di cibo su una zebra. fotocredit: tywkiwdbi

Uccelli predatori ce ne sono molti, ma mi risulta che questo sia l’unico caso di uccello parassita a tempo pieno. Come ha evoluto queste abitudini cosi’ lontane da quelle dei suoi simili piumati? La classificazione tassonomica delle due specie di bufaga e’ stata a lungo incerta. Per via di somiglianze anatomiche, sono stati a lungo considerati parenti stretti degli storni (erano nella famiglia Sturnidae sino ad una ventina di anni fa), gli stessi uccelletti che volteggiano in gruppi di milioni sui nostri cieli e becchettano frutta (per nostra fortuna!). Analisi molecolari tuttavia suggeriscono che da un antenato comune i bufagidi si sono separati 22 milioni di anni fa, e dal rimanente ramo sono poi discesi sia gli storni che i mimidi, gli uccelletti del gruppo dei fringuelli di Darwin (che fringuelli non sono mai stati). Oggi quindi le due specie sono in una famiglia tutta loro, Buphagidae.

Le somiglianze con gli storni tuttavia sono piuttosto limitate, essendo costituite essenzialmente dalla forma e dalle dimensioni generali, dai richiami sgraziati e dall’abitudine di nidificare nelle cavita’ degli alberi. Nonostante somiglianze strutturali nella disposizione della melanina, mentre il piumaggio dei nostri storni e’ brillante e iridescente, quello delle bufaghe e’ opaco e monocolore. Se si guarda pero’ la struttura anatomica piu’ da vicino, si notano nelle bufaghe degli adattamenti estremamente interessanti: nella bufaga a becco rosso, ad esempio,  W. J. Beecher ha notato che, sebbene complessivamente il becco sia conformato tipo quello degli sotrni, i muscoli della mandibola sono allargati nella maniera tipica dei picchi, in modo da fare da cuscinetto per il cervello quando l’animale colpisce col becco il legno. Gli artigli dei bufagidi esibiscono, inoltre, la stessa struttura e curvatura degli uccelli arrampicatori tipo i veri picchi, i picchi muraioli etc., mentre gli storni hanno zampine da uccelli abituati ad appollaiarsi sui rami, e la punta degli artigli dei bufagidi e’ piu’ sottile in modo da penetrare il substrato meglio e mantenere una presa salda con la zampa su tutte le superfici, inclusa la scivolosa pelle di un ippopotamo. I bufagidi in nidificazione, infine, si spostano su e giu’ per gli alberi muovendosi come picchi, e come i picchi mantengono la particolare postura bilanciandosi con la coda. Portano la testa sempre in alto e spesso assumono una postura quasi verticale, da pinguino.

Se uno volesse sbilanciarsi, potrebbe azzardare che tutti questi adattamenti fanno pensare ad un antenato dei bufagidi con uno stile di vita arboricolo, da picchio che si nutre di larve di insetti sotto la corteccia degli alberi. Spostarsi da un albero ad un rinoceronte non deve poi essere stato cosi’ arduo, e sicuramente il premio nella facilita’ di trovare artropodi sui grossi mammiferi ha pesato in questo spostamento. Del resto, si direbbe che i bufagidi siano ancora benissimo in grado di scavare buchi, solo che invece della corteccia bucano pelle.  Quello che sta gradualmente cambiando mi sembra sia invece il gusto, laddove agli artropodi viene preferito il sangue di mammifero. Ovviamente, l’adattamento potrebbe essere recente (non si conoscono bufagidi fossili). Il progenitore poteva essere un animale che viveva a terra in spazi aperti vicino ai grossi greggi, tipo oggi l’airone guardabuoi, che poi ha pensato di saltare in groppa all’evoluzione (e ai bufali) e adattarsi a passare il giorno appollaiato su schiene larghe. Mi sento piu’ incline verso la prima ipotesi tuttavia. Se cosi’ fosse avremmo un animale che passa da una vita da generalista (l’antenato comune a bufagidi, storni e mimidi) ad uno specializzato alla vita arboricola da picchio, per poi riadattarsi a simbionte dei mammiferi ed infine adattarsi ancora ad una vita parassitaria: se la tendenza procedera’ nella direzione avviata, tra qualche centinaio di migliaia di anni il sangue potrebbe costituire l’unica dieta dei discendenti dei bufagidi, e questi uccelli potrebbero non scendere piu’ di dosso agli artiodattili, affiancando magnificamente le zecche di cui ora si nutrono. La tendenza sembrerebbe avviata in questo senso, dato che ora gia’ alcune popolazioni di bufaga dal becco giallo in Zambia e Zimbabwe scelgono di dormire in groppa ai loro ospiti anziche’ ritirarsi al posatoio su un albero la notte. In alcuni casi non scendono neanche per bere e lavarsi, aspettano che l’ospite vada a bere entrando in acqua e si calano lungo una gamba sino alle caviglie immerse nella pozza. Evolution for you. Piccolo gesto di gentilezza nei confronti dell’ospite, per defecare si sporgono col sederino e proiettano le feci a distanza della loro cavalcatura. Niente a che fare con la gentilezza, in realta’, e’ una norma igienica per proteggere dai parassiti i loro stessi piedi.

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“Come hai detto?” Fotocredit: wildwingssafaris

A proposito di evoluzione, mi preme sottolineare che le due specie di bufagidi sono in simpatria, cioe’ coesistono esattamente negli stessi posti e in Tanzania si e’ notato che possono ancora ibridarsi tra loro. Il meccanismo classico di speciazione, quello da manuale, di solito prevede che due popolazioni restino separate ed evolvano indipendentemente. In questo caso, come negli apparentati fringuelli di Darwin alle Galapagos, il meccanismo di speciazione e’ stato invece diverso: data una distribuzione uniforme nelle dimensioni degli uccelletti, in circostanze particolari gli estremi possono essere avvantaggiati, in questo caso le bufaghe piu’ grandi che mangiano zecche adulte e le bufaghe piu’ piccole che invece prendono meglio gli stadi giovanili. Le dimensioni intermedie sarebbero svantaggiate dalla mancanza di becco specializzato e soccomberebbero sotto la pressione selettiva, portando alla separazione di due popolazioni in base alle dimensioni. Alla faccia dei creazionisti.

E ora affrontiamo un argomento spinoso e cerchiamo di capire dove finisce la simbiosi tra mammiferi e bufaghe e dove incomincia il parassitismo.

La definizione da manuale di simbiosi mutualistica dice che la simbiosi e’ quello stato in cui due forme di vita traggono uguale e reciproco vantaggio dalla esistenza in associazione, mentre quella di parassitismo prevede che il parassita tragga vantaggio danneggiando l’ospite, anche se di solito la relazione non porta alla morte immediata dell’ospite, come nel caso della predazione. Queste due categorie ovviamente non sono nette, ma ci sono, come nell’esempio da manuale dei bufagidi, tutte le sfumature intermedie che vanno dal mutualismo al commensalismo all’opportunismo al parassitismo per gradi dai confini non ben definiti.

Nel nostro caso abbiamo che i bufagidi, indubbiamente, mangiano  i parassiti dei loro ospiti, e questo sarebbe un innegabile vantaggio per l’ospite. Si pensava ad esempio che gli impala che usufruivano dell’opera delle bufaghe si grattassero di meno di impala senza bufaghe (ma ora questa idea e’ in discussione, dal momento che si domostra che gli impala sanno liberarsi da soli delle zecche grazie a un grooming reciproco e denti specializzati), e in genere finche’ non ci sono lesioni della pelle il tutto rientrerebbe in un perfatto esempio di mutualismo in cui l’uccello ottiene cibo e il mammifero pulizia dai parassiti e da involuti eccessi di secrezioni corporee. Oltre a questo, c’e’ un altro grande servigio reso dalle bufaghe ai loro ospiti: ci sono molti casi riportati in cui le bufaghe hanno dato l’allarme di un cacciatore in avvicinamento, consentendo una fuga rapida agli ospiti. E’ in discussione se la rimozione del cerume sia un vantaggio o un danno, dato che il cerume protegge il canale auricolare. Il rovescio della medaglia e’ che i cacciatori a volte individuano la preda notando le bufaghe volteggiare in determinati punti. L’equilibrio vero e proprio si rompe tuttavia quando le bufaghe passano ad allargare ferite preesistenti o ad aprirne di nuove. Ventidue milioni di anni di coevoluzione hanno comunque fatto si che gli ungulati originari della savana africana abbiano evoluto un minimo di contromosse contro il vampirismo sfrenato. Di solito solo gli animali defedati subiscono l’attacco aperto delle bufaghe vampire, che il piu’ delle volte si limitano opportunisticamente ad aprire ferite preesistenti, o ad infierire su bestie comunque morenti. Animali selvatici in buona salute riescono spesso a coesistere con questi wannabe vampiri.

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“I vill trink your blut”. Buphagus erythrorhynchus. Fotosource: ecoworldly.com

I problemi sono arrivati qualche migliaio di anni fa, quando i buoi addomesticati sono stati introdotti in Africa dall’Asia e con questi anche i cavalli e gli asini asiatici. Tutti questi animali si son trovati non solo in presenza dello sfruttamento umano, che ad esempio impone agli asini e ai muli di portare selle da soma che aprono piaghe,  ma anche in presenza di piccoli uccelletti malefici assetati di sangue. Le bufaghe  sono una vera e propria calamita’ per il bestiame e in presenza di buoi di solito non si fanno scrupoli ad ignorare le zecche e ad aprire ferite: la loro presenza non sembra essere di beneficio in alcun modo per rimuovere le zecche e le  malattie correlate. Il rapporto tra vantaggio da pulizie dei parassiti e svantaggio del parassitismo diretto subito e’ tutto a favore del secondo. Si direbbe quindi che, dato un ospite privo di difese, la tendenza delle bugaghe sia verso il piu’ produttivo parassitismo che verso il mutualismo. Nutrirsi di zecche ha i suoi effetti collaterali: le due piu’ comuni specie di zecche, Amblyomma hebraeum e Boophilus decoloratus, sono state trovate nei nidi delle bufaghe mentre infestavano i pulcini: da prede, se ne hanno la possibilita’, le zecche ricambiano il favore e si trasformano in parassiti delle bufaghe. Non e’ chiaro pero’ se gli uccelli alternano visite alla ricerca di zecche sugli animali selvatici e sangue alla spina dai buoi domestici, o se le popolazioni si specializzino su una delle due categorie. Il nome inglese di questi uccelletti e’ molto ben descrittivo della situazione: oxpeckers, picchi dei buoi. Anche il nome latino del resto non e’ male: Buphagus vuol dire “mangiatore di buoi”, segno che anche i primi naturalisti ottocenteschi che li hanno classificati, nel 1828, sapevano delle cattive abitudini di queste adorabili bestioline: l’85% del loro tempo viene speso nutrendosi di sangue, cerume e pelle, e solo il 5% e’ dedicato alla ricerca delle zecche. La contromisura presa dai coloni europei di solito era ricoprire la pelle del bestiame con delle tinture a base di arsenico, che avevano la duplice funzione di uccidere sia i parassiti che le bufaghe. Oggi pare che la pratica sia in disuso (e meno male!), e le popolazioni di bufaghe si stanno riprendendo rapidamente. Rimane in ogni caso aperto un altro quesito: se gli uccelli si spostano da un ospite all’altro, che implicazioni hanno nel trasportare le malattie tradizionalmente imputate ai ditteri e alle zecche? Sono vettori diretti di altre malattie? Tutto cio’ si scoprira’ solo con ricerche piu’ mirate.

Per concludere, due postille interessanti: la prima e’ che non tutti gli animali della savana sono disposti a farsi parassitare impunemente dalle bufaghe: gli elefanti ad esempio, a riprova della loro intelligenza, li cacciano via attivamente, probabilmente anche a causa della loro pelle delicata che patisce le unghie acuminate di questi uccelli. La seconda e’ che questi uccelli, da bravi vampirotti, hanno l’iride di colore variabile dal giallo al bruno passando per il rosso in base all’eta’ e allo stato emotivo, ma il meccanismo fisiologico di questo fenomeno, cosi’ come le sue cause, sono tutt’ora sconosciuti.

Referenze:

Weeks, P (2000) Red-billed oxpeckers: vampires or tickbirds? BEHAVIORAL ECOLOGY   11(2) : 154-1

Irby J. Lovette, Dustin R. Rubenstein (2007) A comprehensive molecular phylogeny of the starlings (Aves: Sturnidae) and mockingbirds (Aves: Mimidae): Congruent mtDNA and nuclear trees for a cosmopolitan avian radiation. Molecular Phylogenetics and Evolution 44: 1031–1056

Hart, B.L., Hart, L.A., Mooring, M.S., (1990). Differential foraging of oxpeckers on impala in comparison with sympatric antelope species. Afr. J. Ecol. 28, 240–249

McElligott AG, Maggini I, Hunziker L, Konig B (2004) Interactions between red-billed oxpeckers and black rhinos in captivity. Zoo Biology 23 (4) :347 -354

Handbook of Birds World 14 - Family text: Buphagidae (Oxpeclers)

Published by tupaia on January 24th, 2010 tagged parassiti, comportamento, Uccelli, evoluzione, mammiferi | 15 Comments »

Verde que te quiero verde: Prasinohaema virens

Verde que te quiero verde.
Verde viento. Verdes ramas.
El barco sobre la mar
y el caballo en la montaña.
Con la sombra en la cintura
ella sueña en su baranda,
verde carne, pelo verde,
con ojos de fría plata.
Verde que te quiero verde.
Federico Garcia Lorca

Siamo abituati a pensare che tutti i vertebrati abbiano il sangue rosso, per via dell’onnipresente pigmento emoglobina che trasporta l’ossigeno, a base di ferro. Come conseguenza del sangue rosso, di solito, i muscoli, l’epidermide e le mucose sono rossi o rosei. E’ un’eredita’ che abbiamo ricevuto dall’antenato di tutti i vertebrati e che tutti condividiamo. Come sempre, ovviamente, ci sono le eccezioni alla regola: alcuni, rari, vertebrati hanno il sangue verde, e di conseguenza tutti i loro tessuti sono verdi.

Tra questi animali verdi c’e’ una ranocchietta scoperta pochi anni fa che vive in Cambogia, Chiromantis samkosensis, che ha il sangue verde e le ossa azzurre, il tutto ben visibile attraverso l’epidermide trasparente, alcuni pesci che hanno il plasma sanguigno di color verde azzurro, tipo Clinocottus analis (non voglio sapere perche’ si chiama cosi’), o le aguglie (Belone belone) che hanno anche le ossa verdi per via della biliverdina e una categoria molto peculiare di rettili, gli scinchi del genere Prasinohaema, in Nuova Guinea.

La Nuova Guinea e’ un posto che continua a riservarci sorprese e al momento ci sono ben cinque specie di scinchi dal sangue verde nel genere Prasinohaema che, guarda caso, in greco significa “sangue verde”: virens (verdastro), flavipes (coi piedi gialli), prehensicauda (con la coda prensile), parkeri e semoni, tutti nella parte occidentale e costiere dell’isola, in Papua-Nuova Guinea.

Tutti questi scinchi, e il virens in particolare, hanno il sangue di un bel verde brillante, le mucose verdi, i muscoli verdi, le ossa verdi, la lingua verde, la pelle verde etc etc, penso che oramai abbiate capito il concetto. Se facesse le uova, sarebbero certamente verdi ma ahime’ e’ ovoviviparo quindi i piccoli nascono gia’ vivi. Da cosa dipende il colore verde?

prasinonaema.jpg

Fotocredit: biolib.cz

Il sangue di questi animali contiene, regolarmente, emoglobina per trasportare l’ossigeno ma oltre a questa contiene anche un altro pigmento, la biliverdina, che e’ responsabile della colorazione verde. Questo pigmento e’ in realta’ abbastanza comune tra i vertebrati ed e’ responsabile anche del sangue verde della ranocchietta cambogiana, del plasma sanguigno blu-verde di alcuni pesci, del colore del sangue della larva della falena nota come sfinge del tabacco (Manduca sexta), del colore verde e azzurro nelle ali delle falene e delle farfalle, del colore  celestino o verde delle uova degli uccelli e delle rane, del colore blu della placenta dei cani, del colore verde e giallo dei lividi e del fantastico colore giallo della pelle e degli occhi delle persone malate di fegato. Dopo l’intervento di colecistectomia qualche anno fa devo ammettere con orgoglio che il mio colorito giallo-verde avrebbe fatto invidia a qualunque scinco della Nuova Guinea.

Ma la biliverdina da dove deriva? Semplice, dall’emoglobina. Al contrario dei semafori, questa molecola quando funziona e’ rossa, quando si ferma e’ verde. I globuli rossi vivono per circa 120 giorni nel nostro sangue (un po’ di piu’ negli uccelli, che li hanno nucleati). Quando sono troppo vecchi un certo tipo di globuli bianchi, i macrofagi, li ingeriscono e demoliscono la molecola: la parte proteica viene completamente degradata, il ferro si lega alla transferrina e torna nel sangue dove viene trasportato ad organi di deposito o al midollo, il gruppo tetrapirrolico, la molecola che conteneva al suo centro il ferro, diventa biliverdina prima, e bilirubina poi, attraverso una serie di reazioni chimiche catalizzate da enzimi. La bilirubina e’ quindi trasportata dall’albumina, attraverso il sangue, al fegato. Le cellule del fegato coniugano la bilirubina ad altre sostanze e da qui e’ escreta o a far parte della bile (verde, non a caso) o nell’intestino, dove e’ responsabile del colore delle feci.

Tutto cio’ avviene come descritto in tutti i vertebrati, solo che gli uccelli hanno anche una ghiandola apposita che produce biliverdina per colorare il guscio delle uova per questioni di mimetismo. Gli scinchi del genere Prasinohaema invece hanno queste vie metabiliche completamente modificate. Nel loro corpo la biliverdina torna in circolo nel sangue anziche’ essere trasportata al fegato sotto forma di bilirubina e raggiunge concentrazioni tossiche, che ucciderebbero qualunque altro vertebrato.

Chi glielo fa fare? Ci sono due distinte ipotesi in proposito. Secondo la prima ipotesi, l’alto contenuto di biliverdina renderebbe amari ed immangiabili questi rettili, per cui dopo un primo assaggio un uccello sprovveduto eviterebbe di mangiare questi piccoli rettili (pesano circa 3 grammi!). L’esibizione della lingua verde quando l’animale e’ spaventato, inoltre, spaventerebbe un potenziale predatore. In effetti anche noi umani associamo spesso il colore verde con qualcosa di immangiabile. La seconda ipotesi e’ piu’ intrigante: l’alto contenuto di biliverdina, secondo uno studio di Austin and Perkins (2006) renderebbe questi animali immuni a parassiti ematici, soprattutto il Plasmodium sp., il protozoo che anche nell’uomo causa la malaria. Noi esseri umani per diventare resistenti alla malaria abbiamo evoluto l’anemia mediterranea (detta anche thalassemia), che causa un’alterazione dell’emoglobina che rende i globuli rossi piu’ resistenti alla penetrazione del plasmodio ma che e’ mortale quando si hanno due copie del gene. Gli scinchi hanno decisamente fatto meglio di noi, non solo non hanno l’anemia come fastidioso effetto collaterale alla resistenza alla malaria, ma sono diventati anche immangiabili ai predatori. Unico effetto collaterale, ora sembrano Vulcaniani. Perfetti per una dieta, insomma: non solo sono (letteralmente) amari come il fiele, ma sono anche tra i pochissimi rettili che non presentano cuscinetti di grasso intorno agli organi interni, chissa’ perche’.

pvirens-02.jpg

Prasinohaema virens. foto: images.livescience.com

Queste bestiole sembrano dei maestri nell’arte di inventare soluzioni interessanti a problemi difficili. Tutte e cinque le specie di scinco verde sono arboricole. Il prehensicauda ha bizzarramente evoluto una coda prensile da opossum per stare appeso ai rami. Il virens pero’ ha fatto di meglio: tutto solo e senza geni preconfezionati a monte si e’ evoluto delle zampine da geco, con scaglie espanse lateralmente (lamelle) coperte da filamenti (setae), che lo rendono capace di arrampicarsi sui vetri, se lo desidera. Questo adattamento peculiare alla vita arborea e’ stato evoluto almeno tre volte indipendentemente, nei gechi, negli anoli, che sono dei lucertolini americani che si arrampicano come gechi, e in una sola specie di scinco, il nostro Prasinohaema virens, appunto. Gli altri scinchi per arrampicarsi adottano un sistema differente di modifica delle zampine, con piegne e crinali.

E’ un peccato che tutte le altre caratteristiche biologiche di questi animali siano state poco studiate e quasi nulla si sa del loro comportamento, riproduzione, socialita’ e cosi’ via. Mi auguro che qualcuno possa chiarire presto tutti questi aspetti prima che anche questa specie scompaia sotto l’inarrestabile spinta del “progresso” umano, che di solito comporta il tagliare le foreste dove animali incredibili come questi vivono.

Referenze:

Christopher C. Austin, Susan L. Perkins (2006) PARASITES IN A BIODIVERSITY HOTSPOT: A SURVEY OF HEMATOZOA AND A MOLECULAR PHYLOGENETIC ANALYSIS OF PLASMODIUM IN NEW GUINEA SKINKS  Journal of Parasitology 92 (4), 770-777

Allen E. Greer (1986) On the Absence of Visceral Fat Bodies within a Major Lineage of Scincid Lizards Journal of Herpetology, Vol. 20, No. 2, pp. 267-269

Irschick, D. J., C. C. Austin, K. Petren, R. Fisher, J. B. Losos, and O. Ellers. 1996. A comparative analysis of clinging ability among pad-bearing lizards. Biol. J. Linn. Soc. 59:21–35.

Susan L. Perkins, Christopher C. Austin (2009) Four New Species of Plasmodium from New Guinea Lizards: Integrating Morphology and Molecules  Journal of Parasitology, 95 (2), 424-433

Published by tupaia on January 17th, 2010 tagged rari, rettili | 22 Comments »

Respect, man!

Piccola, ma non troppo,  digressione dal tema portante di questo blog, gli animali strani.

Vorrei segnalare infatti il sito di Pat Condell, una persona decisamente molto, molto fuori dalla norma della specie per la sua intelligenza e coraggio:

http://www.patcondell.net/index.html

La frase introduttiva del sito dice: “Salve, sono Pat condell, non rispetto cio’ in cui credi e non mi importa secio’ ti offende. Saluti.”

Non casualmente, e’ un amico di Richard Dawkins ma se possibile e’ ancora piu’ spassionato e radicale. Nei suoi podcast dice liberamente e senza veli cosa pensa delle varie religioni e mi trova spaventosamente d’accordo. Non capisco come possa essere ancora vivo dopo aver detto pubblicamente (sul suo canale You Tube) quello che ha detto sui musulmani, sui Cristiani Born Again (quelli fondamentalisti americani), sui cattolici, su Bush e su Tony Blair, ma sono contenta che esista qualcuno abbastanza coraggioso da sfidare le minacce di morte in nome della liberta’ di pensiero.

Buone notizie per i non anglofoni: se andate qui: dotsub.com/view/user/patcondell , (c’e’ il link sul sito in basso a sinistra), molti dei video podcast sulla religione sono sottotitolati in italiano (se cliccate nell’angolino in basso a sinistra compare l’elenco delle lingue in cui e’ sottotitolato). Sarebbe opera buona se qualcuno volesse, a tempo perso, tradurre i podcast mancanti.

Questo e’ quello che pensa sul disegno intelligente: www.youtube.com/patcondell#p/u/47/BCpT88Jw-f4

Spero solo che ora nessuno venga con le torce a bruciarmi il blog per questo post. Tutte le volte che da qui ho osato  scrivere un infinitesimo di quello che dice Patt Condell nei suoi podcast e’ arrivato immediatamente il bigotto di turno a lamentarsene e cercare di evangelizzarmi. Finche’ esiste il diritto alla liberta’ di espressione e di opinione, spero che gente come lui continui a dire quello che pensa fuori dai denti. Non siete d’accordo? Problema vostro.

Peace.

Published by tupaia on January 17th, 2010 tagged rari, riflessioni, fanatici religiosi, informazione, Varie ed eventuali, Blogroll | 10 Comments »

Lo scinco delle sabbie (Scincus scincus)

I miei polmoni respirano l’aria del Tempo

Che soffia oltre le sabbie che ricadono

Frank Herbert, Dune

 

La saga di Dune, il capolavoro di Frank Herbert, e’ stata descritta come “the first planetary ecology novel on a grand scale” (James, Edward and Farah Mendlesohn, 2003, The Cambridge Companion to Science Fiction). Uno dei motivi per cui gode di grande popolarita’ al di fuori dei cultori di fantascienza e’ proprio l’attenzione “ante litteram” per l’ecologia a livello planetario e le interazioni tra l’uomo e l’ambiente.

In tutta sincerita’, a me l’ecologia di Dune non ha mai convinto, e non perche’ abbia trovato che la saga sia una supponente alternativa al Valium, ma perche’ si intuisce che Frank Herbert, di ecologia (e di genetica), ne sapeva piu’ o meno quanto ne so io di astrofisica. Bisogna riconoscergli pero’ l’impegno nel cercare di creare una struttura che stesse in piedi, anche se, per citarlo, ha tentato e ha fallito.

dune__drive_the_sandworm_by_leywad.jpg L’animale alla base della vita sul desertico e sabbioso pianeta Dune e’ una specie di lombricone gigante lungo qualche centinaio di metri, immortale e indistruttibile salvo che al contatto con l’acqua, che vive spostandosi nelle profondita’ della sabbia da cui non emerge quasi mai. Si nutre di plankton delle sabbie, la sua stessa forma embrionale, che a sua volta si nutre di spezia, che e’ il prodotto dell’escrezione metabolica della trota delle sabbie, la larva del vermone; praticamente Frank Herbert ha inventato il moto perpetuo. A volte l’adulto si nutre di macchine per l’estrazione della spezia. Ingerisce accidentalmente esseri umani, per creare suspence narrativa, ma gli procurano dei fastidiosi bruciori di stomaco perche’ contengono acqua. Il vermone esce in superficie solo quando percepisce vibrazioni generate dagli esseri umani, chissa’ perche’.

Fotocredit

Non preoccupatevi, durante la pausa natalizia non ho deciso di trasformare questo blog in uno di critica letteraria, anche perche’ non conosco abbastanza parole altisonanti allo scopo. Questa premessa mi serviva per introdurre la versione terrestre -e reale- del vermone di Dune: lo scinco delle sabbie, Scincus scincus. Chissa’ se frank Herbert vi si e’ ispirato o si tratta di un caso.

Gli scinchi sono una famiglia di rettili simili alle lucertole, ma piu tozzi, con le zampe cortee la coda tozza. Diversi scinchi mancano completamente di zampe e/o di occhi e vivono sottoterra, piu’ o meno come le Amphisbaene.

Scincus scincus, tuttavia, e’ dotato sia di zampe che di occhi.  Questa lucertolina (circa 20 cm di lunghezza da adulto) vive nell’Africa sahariana e nella penisola Araba, in pieno deserto sabbioso, a temperature elevatissime e in quasi totale assenza di acqua, dove la sabbia e’ meno compatta. Per sopravvivere all’ambiente inospitale del deserto e per sfuggire ai predatori, il sandfish, pesce delle sabbie, come lo chiamano gli anglosassoni, si “tuffa” letteralmente muso in avanti nella sabbia e si sposta “nuotando” nella sabbia con una facilita’ eccezionale. L’adattamento e’ tale che questo animale passa sotterrato nella sabbia almeno il 90% del suo tempo.

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Scincus scincus. Fotocredit

Gli adattamenti consistono in squame piccole e molto lisce, foro timpanico piccolissimo per evitare che la sabbia entri nelle orecchie, narici chiudibili per lo stesso motivo. Le squame sono formate da una particolare cheratina (la sostanza che forma anche le nostre unghie) ricca di zuccheri e zolfo e priva di cariche elettriche in modo da non attirare con forze ioniche i granelli di sabbia e ridurre l’attrito. Soprattutto: come fa a respirare sotto la sabbia? Eissa e Ihmied hanno dimostrato che l’emoglobina di questo scinco e’ particolare, poiche’ cattura molto piu’ facilmente del normale l’ossigeno e lo restituisce lentamente. Inoltre i tessuti sono adattati per tollerare livelli molto alti di anidride carbonica nel sangue sia venoso che arterioso. Detto terra-terra, sta in apnea, zitto e marcia. Le zampine sono munite di frange per aumentare la superficie di appoggio sulla sabbia friabile.

Lo scinco delle sabbie si nutre di insetti e scorpioni che vivono sulla superficie della sabbia, e di qualche occasionale lucertola. E’ troppo piccolo per gli esseri umani e penso che darebbero bruciori di stomaco anche a lui. Esattamente come fa il vermone di Dune con i Fremen, e’ in grado di percepire le vibrazioni sul terreno quando le prede si spostano e sbuca da sotto la sabbia all’improvviso per catturarle.

Per molti anni gli scienziati si sono chiesti che tipo di propulsione usasse questo animale per “nuotare” nella sabbia. Baumbartner et al, nel 2008, pensavano di aver risolto il mistero osservando i movimenti dell’animale con la risonanza magnetica nucleare. Il loro studio concluse che lo scinco compie movimenti ondulati del corpo, senza rotazioni assiali, accompagnati da movimenti delle zampine tipo “nuotatore”. Queste conclusioni tuttavia sono state smentite da uno studio del 2009 (Maladen et al, 2009) che osserva uno scinco che nuota sotto la sabbia coi raggi X. Il filmato ottenuto mostra senza ombra di dubbio che l’animale tiene le zampine attaccate al corpo e compie un movimento intermedio tra quello di un serpente su una superficie solida e quello di un pesce tipo anguilla in acqua, il che rende il nome “sandfish” piu’ che mai appropriato. Se volete vederlo, qui ci sono due impressionanti filmati. La sabbia si comporta come un “frictional fluid”, un fluido che fa attrito, dalle proprieta’ particolari e differenti da quelle dell’acqua: l’attrito sviluppato tra i granelli di sabbia e il corpo dello scinco e’ infatti indipendente dalla velocita’ dell’animale (al contrario di quello che succede con acqua e con aria) , ma solo dalla densita’ della sabbia, ovvero la proporzione tra aria e granelli di sabbia (che allo stato ottimale dovrebbe essere tra il 58 e il 62%). In ogni caso lo scinco non modifica mai il suo stile di “nuoto” e anzi la sabbia piu’ compatta sembra incrementarne la velocita’, anche se ovviamente e’ un substrato piu’ faticoso.

Se dunque lo scinco si limita a movimenti ondulatori del corpo per spostarsi, che se ne fa delle zampe? Questo animale, come la sua vista eccellente testimonia, non ha rinunciato a cacciare attivamente sulla superficie del deserto, di notte.

Ci sono poche notizie relative alla riproduzione di questi rettili. Si sa che depongono le uova in gruppi di circa sei, ma non saprei dire quanto la temperatura del deserto, cosi’ variabile tra il giorno e la notte, influenza la sex-ratio (rapporto numerico tra maschi e femmine).

E ora, la buona notizia: e’ possibile allevare gli scinchi delle sabbie a casa, con i dovuti accorgimenti, come ad esempio una lampada riscaldante molto potente e un buon coperchio per ridurre l’umidita’. Il substrato e’ costituito da sabbia, ovviamente, ma la difficolta’ e’ che lo strato inferiore deve essere piu’ fresco ed umido di quello superiore. Un tubicino che porta giu’ acqua dovrebbe servire allo scopo.  In ogni caso io lascerei queste bestiole nel loro deserto, a cui, come i Freman di Dune, appartengono.

Referenze:

Baumgartner W, Fidler F, Weth A, Habbecke M, Jakob P, et al. (2008) Investigating the Locomotion of the Sandfish in Desert Sand Using NMR-Imaging. PLoS ONE 3(10): e3309. doi:10.1371/journal.pone.0003309

Maladen RD, Ding Y, Li C, Goldman DI (2009) Undulatory Swimming in Sand: Subsurface Locomotion of the Sandfish Lizard Science. 325(5938):314-8.

http://qspace.qu.edu.qa/bitstream/handle/10576/8015/078202-0022-fulltext.pdf?sequence=4

Published by tupaia on January 10th, 2010 tagged notturni, vermi, rettili, Insettivori | 31 Comments »

Buon Natale!

Non si dovrebbe dire, ma quando fa cosi’ freddo lasciare un po’ di cibo agli animali selvatici potrebbe farci guadagnare qualche amico, che probabilmente vi dara’ piu’ piacere da osservare rispetto alla suocera al pranzo di Natale. Ecco un paio di esempi:

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Published by tupaia on December 24th, 2009 tagged auguri | 14 Comments »

Luuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuungo (Lineus longissimus)

Approfitto di cinque minuti di pausa per scrivere un post breve breve su un animale lungo lungo. Il piu’ lungo del mondo, per la precisione.

Anaconde? Minuscole. Brontosauri?Dei Nani. Balenottere azzurre? Mignon. L’animale piu’ lungo del mondo (mi riferisco solo ad una dimensione ovviamente, la lunghezza cefalo-caudale) e’ un verme, che puo’ essere lungo fino a cinquantacinque (dico 55) metri in piena estensione! La larghezza tuttavia raggiunge al massimo un centimetro, e lo spessore e’ di pochi millimetri.

Il “vermetto” in questione, per la precisione, e’ un verme marino a sezione ovale della famiglia dei nemertini. Il nome di questo clade viene da Nemertes, una delle Nereidi (ninfe marine) della mitologia greca che significa “l’infallibile”, e si riferisce all’infallibile mira della proboscide di questi vermi.

Il corpo dei nemertini e’ nastriforme e scivola lentamente sul sedimento marino (non sanno nuotare), grazie alla propulsione dovuta al battito di milioni di microscopiche ciglia presenti sulla superficie corporea. Si nutrono di animali piu’ piccoli tipo anellidi e sono dei predatori infallibili: quando la preda e’ stata individuata, una luuuunga proboscide viene eversa (cioe’ si rivolta come un calzino da dentro a fuori) da un fodero chiamato “rincocele”. La proboscide, viscida e appiccicosa, e’ cosi’ lunga che si avvolge facendo parecchi giri intorno alla preda. Come se non bastasse, sulla punta della proboscide c’e’ di solito (ma non in L. longissimus!) uno stiletto, un uncino che durante l’avvolgimento ripetutamente “pugnala” la vittima. Lo stiletto e’ avvelenato: secerne infatti una secrezione tossica a base di tetrodotossina, lo stesso letale veleno dei pesce palla che uccide gli appassionati di sushi. Il veleno dei nemertini e’ pero’ resistente alla bollitura, quindi non confondeteli con le linguine nella pasta allo scoglio.

Il Lineus longissimus, a differenza di altri nemertini che possono avere colori brillanti, e’ marrone con delle strisce beige che percorrono tutta la lunghezza del corpo. Vive in acque fredde poco profonde lungo le coste atlantiche dell’Europa; in particolare e’molto diffuso in Inghilterra, dove rappresenta il nemertino piu’ comune, con una lunghezza media sui 10 metri.

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Lineus longissimus. Fotocredit: carolscornwall.com

Il corpo e’ costituito da un’epidermide ciliata e ricca di ghiandole, da connettivo e da due strati di muscoli. All’interno c’e’ il tubo digerente e al di sopra di questo il quasi altrettanto lungo rincocele. Come gia’ accennato, la proboscide di L. longissimus manca di stiletto e al posto di questo ci sono estensioni filamentose super-appiccicose per meglio catturare la preda, che viene ingerita intera quando la proboscide si ritrae. Quando viene maneggiato, il Lineus longissimus produce una abbondante quantita’ di un muco denso e dall’odore acido. Carrol et al. (2003) hanno dimostrato che il muco, cosi’ come i tessuti di questo nemertino, contengono tetrodotossina, anche se lo stiletto e’ assente. E’ quindi possibile che il veleno venga usato solo come deterrente contro i predatori in questa specie che ha una proboscide lunga diversi metri (immagino che la preda non abbia speranze di scappare, quindi inutile sprecare veleno).

Il veleno non viene prodotto in prima persona dai nemertini ma da un batterio simbionte. Questo batterio e’,  curiosamente, un vibrione, lo stesso tipo di batterio che causa il colera. La specia associata ai nemertini e’ pero’ Vibrio alginolyticus e non Vibrio colerae.  Vale comunque l’imperativo che mangiare nemertini e’ poco igienico.

Nota di colore. I nemertini sono il “primo” phylum (il piu’ semplice) in cui compare un tubo digerente completo, dotato di una bocca e di un ano. Se ci dovessero essere nerd informatici in ascolto, ecco quali sono i vantaggi evolutivi dell’avere un ano, a detta di Mr. Tupaia:

“In pratica il sistema digerente diventa una coda FIFO piuttosto che LIFO - o meglio ancora, visto che l’elaborazione avviene nel tragitto, una vera e propria pipeline contro un registro a stack. Avere una pipe (anche letteralmente) e’ inerentemente piu’ efficiente che dover sospendere l’immissione per estrarre i dati in cima allo stack. [Traduzione: e’ piu’ efficiente perche’ possono mangiare e defecare allo stesso tempo]

P.S. Tempo fa c’era un bellissimo filmato di youtube che mostrava un L. longissimus strisciare con nonchalance sul pavimento marino. L’animale impiegava alcuni minuti a passare davanti alla telecamera. Non riesco piu’ a trovarlo, se qualcuno puo’ inviarmi un link gliene sarei grata.

Referenze:

Adriaan Gittenberger & Cor Schipper (2007) Long live Linnaeus, Lineus longissimus (Gunnerus, 1770) (Vermes: Nemertea: Anopla: Heteronemertea: Lineidae), the longest animal worldwide and its relatives occurring in The Netherlands.Online source: http://dpc.uba.uva.nl/cgi/t/text/get-pdf?idno=m8201a07;c=zoomed

Stuart Carroll, Eric G. McEvoy, Ray Gibson (2003) The production of tetrodotoxin-like substances by nemertean worms in conjunction with bacteria. Journal of Experimental Marine Biology and Ecology 288 (2003) 51– 63

Published by tupaia on December 17th, 2009 tagged vermi, marini, invertebrati | 33 Comments »

Bianconiglio

“Oh, com’e’ tremendamene tardi!” ultimamente e’ il mio motto. Ahime’ l’orologiaio langue per cause di forza maggiore, ma e’ questione di una settimana ancora poi, per fortuna, arrivano le sospirate vacanze di Natale e potro’ ridedicarmici con calma (un paio di post giacciono gia’ abbozzati, al momento)

Published by tupaia on December 14th, 2009 tagged annunci | 3 Comments »

Risse bestiali

Sembra che uno dei divertimenti favoriti della bizzarra specie Homo sapiens sia osservare altri animali azzuffarsi tra loro per vedere chi vince, come minimo sin dai tempi delle batracomiomachie. I bambini spesso chiedono: “tra questo (belva feroce) e quest’altro (belva ferocissima) chi vince?” Gli adulti non lo chiedono ad alta voce, ma gli interessa moltissimo lo stesso. Togliamoci allora qualche piccolo dubbio, corredandolo con evidenze scientifiche.

Tra un grande squalo bianco (Carcharodon carcharias) e un’orca assassina (Orcinus orca) chi ha la meglio? Si pensava che questi due grandi predatori si evitassero, ma a quanto pare non e’ cosi’. Peter Pyle, biologo marino che studia gli squali bianchi alle Faraillon Islands, al largo della California, ha scoperto che esiste una “cultura” di orche, una loro etnia, per meglio dire, che ha imparato a mettere KO con grande facilita’ “Jaws”, lo squalo bianco del film di Spielberg. Il trucco? Basta afferrare tra i denti lo squalo (che e’ grande circa meta’ di un’orca) e capovolgerlo pancia su. In quella posizione lo squalo va in preda al panico e un meccanismo feedback produce serotonina per calmarlo. Questo manda lo squalo in uno stato di “trance ipnotica” per cui rimane immobile. Rimanendo immobile, a testa in giu’, affoga. E l’orca pasteggia a base di pate’ di fegato di squalo. Gli squali lo sanno, e spariscono appena vedono orche in avviciamento (Fonte: J. Hugues (2009) BBC wildlife 27 (13), 68-72

Se si scontrano una poiana (Buteo buteo) e un nibbio reale (Milvus milvus) che succede? Guardate questo filmato, di Guido Ceccolini: la poiana e il nibbio (che si distingue per la testa grigia e le ali marcate col tag) hanno le stesse dimensioni, e la poiana e’ attaccata piu’ volte da altri nibbi che giocano sporco e corrono in aiuto del loro conspecifico. Ciononostante la poiana riesce a rimanere sulla piattaforma. Peccato che perda il ratto che stava mangiando prima dell’attacco.

Tra una tigre e un leone chi vince? Sembrerebbe che a parita’ di peso la tigre sia piu’ forte e piu’ agile, e i rari casi documentati sono a favore della tigre. Tuttavia lo scorso novembre i leoni si sono presi la loro rivincita (fonte): una coppia di leoni ha aperto una botola ed e’ entrata nella gabbia della tigre (bianca) allo zoo di Praga, uccidendola in un attimo: nei loro geni e’ scritto come agire in branco. Bisogna anche dire che i leoni non sono entrati nella gabbia per la tigre, ma perche’ volevano tornare nella gabbia dove avevano trascorso la notte precedente (lo zoo pratica una rotazione degli animali nei vari spazi). L’anno scorso, sempre a novembre, un leone maschio ha ucciso una tigre siberiana femmina allo zoo di Jeonju (fonte). Il leone maschio pesava 20 kg piu’ della femmina e ha pensato che la tigre gli avesse invaso il territorio, attaccandola per primo (in realta’ i due si sono incontrati in uno spazio in cui non avrebbero dovuto essere, per errore).

E tra un coccodrillo cretino e un branco di cinquanta ippopotami? Su, dai, non scherziamo… Su timesonline i dettagli della morte atroce del cocccodrillo. La notizia e’ di questo novembre.

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Published by tupaia on December 6th, 2009 tagged comportamento, Varie ed eventuali | 18 Comments »

Good night, sleep tight. Cimex lectularius, la cimice dei materassi

Avviso: se siete ansiosi e viaggiate molto vi sconsiglio di andare avanti con la lettura di questo post.

Esistono circa una settantina di specie di cimici ematofaghe, ma sono per lo piu’ parassiti esterni di pipistrelli e uccelli. Soltanto tre specie, di cui due specializzate sull’uomo, si nutrono invece di sangue umano: Cimex lectularius, diffusa nei paesi temperati e Cimex hemipterus, tropicale. Poi ci sarebbe Leptocimex boueti che si accontenta sia di essri umani che di pipistrelli ma si trova solo in remoti villaggi in Africa Occidentale e Sud America, quindi di questa non me ne preoccuperei troppo. Cimex pipistrelli se proprio ha fame e non ha pipistrelli a disposizione punge gli esseri umani, ma si tratta di eventi molto rari; uno e’ accaduto in Scozia in anni recenti.

Queste specie di cimici discendono tutte da animali che anticamente vivevano in grotta, negli interstizi tra le rocce, e si nutrivano di sangue di pipistrello. Poi nelle grotte ci entrammo noi esseri umani neolitici, e cominciammo a pagare l’affitto alle cimici in termini di sangue. Quando ci trasferimmo in vere e proprie abitazioni, ce le portammo dietro come non voluto animale da compagnia, e dalle nostre case non se ne sono piu’ andate, specializzandosi sempre di piu’. Aristotele ce ne parla nella sua Historia Animalium e Plinio nella Naturalis Historia. Cimici sono state ritrovate in tombe egizie di 3550 anni fa a Tell el-Amarna, segno che tutto sommato l’uomo ha sempre condiviso il proprio letto con queste simpatiche bestioline.

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Cimex lectularius mentre si nutre

Le cimici hanno un corpo lungo 7-8 mm di colore marroncino rossastro completamente schiacciato ventro-dorsalmente, a differenza delle pulci che invece sono compresse lateralmente (in caso di dubbio e’ un buon modo per distinguerle). Dopo un buon pasto di sangue pero’ l’addome si rigonfia e diventa molto piu’ rotondetto. Appartengono al grande gruppo degli emitteri e sono emimetaboli, cioe’ il giovane, detto ninfa, somiglia molto all’adulto tranne che per pochi dettagli. Dopo la schiusa dell’uovo, ci sono cinque stadi di ninfa: per passare al livello successivo occorre fare almeno un buon pasto di sangue e fare la muta dell’esoscheletro. Gli adulti hanno bisogno di un pasto di sangue per accoppiarsi. Quindi complessivamente una cimice ha bisogno di voi un minimo di sei volte nel corso della sua vita, ma se vi ha a disposizione e’ felice di succhiarvi ogni pochi giorni. Se deve, pero’, una cimice resiste senza mangiare anche 12-18 mesi, che non e’ male perche’ significa che una casa abbandonata da un anno puo’ ancora presentare il rischio di un’infestazione.

Il meccanismo di riproduzione di questi insetti e’ notevole e merita menzione. Utilizzano infatti un sistema chiamato “Inseminazione traumatica”: il pene del maschio e’ modificato a forma di stiletto e anziche’ introdurlo nelle vie genitali femminili come avviene per la maggior parte degli altri insetti il maschio procede come segue:”cattura” una femmina ricettiva, la rivolta e la “pugnala” con il pene direttamente nell’addome, eiaculando nella cavita’ addominale. Gli spermatozoi si faranno poi strada per conto loro attraverso l’emocele sino alle ovaie. La femmina ha evoluto un rinforzo spugnoso nella zona addominale dove cio’ avviene di solito per minimizzare il trauma. In questo modo il maschio elimina il problema della scelta femminile e si accoppia tutte le volte che ne ha un’occasione. A dire la verita’ il maschio di cimice si accoppia con tutto quello che gli viene a tiro, purchessia: femmine ricettive, maschi di passaggio, cimici morte, pezzi di sughero a forma di cimice, cimici di altre specie femmine, cimici di altre specie maschio. Un maniaco. Tra l’altro l’omosessualita’ tra gli insetti e’ insolita e le cimici in questo sono davvero peculiari. Se una C. hemipterus maschio “violenta” (e’ una forzatura usare il  termine “violenta” in quanto non c’e’ volonta’ cosciente negli insetti e questo e’ il loro abituale sistema riproduttivo, ma antropizzando il termine rende l’idea)  una C. lectularius femmina la progenie e’ sterile e mescolare le due specie potrebbe essere un sistema di controllo “biologico”, se si e’ disposti a raddoppiare momentaneamente l’infestazione.

Anche se vengono chiamate cimici dei materassi, le cimici in realta’ non vivono dentro i materassi ma negli interstizi dei muri (ricordo della loro esistenza in grotta) e a volte nell’intelaiatura del letto e nelle cuciture dei materassi: col loro corpo appiattito possono infilarsi quasi ovunque.  Preferiscono il legno e la stoffa alla plastica e al cemento e amano moquettes, carta da parati e battiscopa. Sono animali lucifugi, quindi escono dal loro rifugio solo quando e’ buio. Per orientarsi e trovare il loro pasto di sangue sono in grado di percepire sia il calore emesso dall’uomo che la CO2 emessa col respiro. Se uno accende all’improvviso una luce puntando verso un materasso infestato dove dorme una persona puo’ assistere allo spettacolo della ritirata delle cimici, che corrono in modo piuttosto sgraziato e al contrario delle pulci non saltano.

Quando la vittima e’ stata percepita, le cimici le salgono addosso, o si fanno cadere su di essa dal soffitto e si mettono alla ricerca di una vena superficiale dove la pelle e’ piu’ sottile, ad esempio alle caviglie, tra le nocche delle mani, sul viso etc. Se l’insetto non trova la vena o viene per qualunque motivo disturbato, si sposta un po’ piu’ in la’ di alcuni mm e ricomincia. Il risultato e’ che molto spesso le punture da cimice sono caratterizzate da segni allineati in gruppi di tre. Anche le pulci si comportano in modo analogo a dire la verita’, quindi non e’ un segno diagnostico esclusivo dell’infestazione da cimice, ma e’ di sicuro un segno diagnostico dell’infestazione di una bestia schifosa che vi punge. E non lo scrivo per sentito dire, mi e’ capitata in casa un’infestazione da pulce del gatto ed effettivamente i morsi venivano in linee di tre sulle caviglie.

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Le cimici preferiscono zone dove la pelle e’ piu’ sottile

L’apparato boccale delle cimici, come quello di tutti gli emitteri, e’ altamente specializzato in modo da avere uno stiletto con cui pungere. Prima di cominciare a nutrirsi pero’ l’insetto inietta un po’ della sua saliva che contiene delle sostanze che servono da anticoagulante, vasodilatatore  e anestetico (nitroforina), in modo che l’ospite non si svegli per il dolore della puntura, come fanno del resto tutti gli animali ematofagi. Il problema e’ che queste sostanze possono essere dei potenti allergeni e dopo alcuni giorni, una settimana o piu’ generalmente, in corrispondenza della zona punta si possono sviluppare delle bolle rosse che causano un prurito insopportabile. Cio non avviene sempre naturalmente, dipende dalla risposta individuale del sistema immunitario che va dallo shock anafilattico al nulla assoluto, ma la risposta tipica e’ quella delle bolle arrossate, con un puntino piu’ rosso al centro, molto pruriginose. Pare che dopo un po’ che si viene punti di continuo l’organismo si abitui e la reazione allergica tenda a diminuire, ma si spera che per allora abbiate disinfestato la casa.

Curiosamente, caratteristica pressoche’ unica tra gli artropodi ematofagi, le cimici non sono vettori di alcuna malattia per l’uomo. Le zanzare anopheles ci regalano la malaria, quelle tigre la chikungunya, i flebotomi la lehismaniosi, le zecche la malattia di Lyme, le pulci la peste, i pidocchi il tifo e chi piu’ ne ha piu’ ne metta. Le cimici ci fanno orrore molto, molto piu’ delle zanzare, perche’ invadono un nostro spazio intimo e privato come il letto, ma non ci portano altro che un po’ di prurito e un po’ di insonnia. A volte le reazioni della psiche umana sono strane.

L’infestazione da cimice, un tempo legata alla sporcizia e ad un’esistenza in condizioni molto precarie, ha subito un calo drammatico dopo la scoperta del DDT, con cui ci si cospargevano le case, le persone, i campi etc. Addirittura si riteneva che negli Stati Uniti la Cimex lectularius fosse estinta definitivamente e anche in Europa per moltissimi anni non si sono registrati casi. Invece ahime’ non e’ cosi’. Negli ultimi dieci anni le cimici sono ricomparse improvvisamente e il numero di infestazioni e’ in continuo aumento nonostante le condizioni generali di vita e l’igiene migliorino sempre piu’. Come mai? Innanzi tutto perche’ abbiamo smesso di usare il DDT. Questa sostanza colpisce una zona chiave delle cellule, la pompa sodio-potassio, e impedisce la trasmissione dell’impulso nervoso. Le mutazioni che donano immunita’ al DDT sono rare e di solito non prive di effetti collaterali quindi e’ improbabile (ma non impossibile, le zanzare, ad esempio, ci sono riuscite) riuscire a sviluppare immunita’ verso questo insetticida. Purtroppo pero’ il DDT ha anche effetti devastanti sull’ambiente quindi e’ stato abbandonato tra gli anni cinquanta e settanta del secolo scorso, tranne che in rare zone del terzo mondo. Alla ricerca dell’insetticida finale, abbiamo smesso di usare anche il normale Baygon spray e ci siamo dedicati ai sofisticatissimi insetticidi contenuti nell’esca, ad esempio per scarafaggi e formiche i quali, essendo specializzati verso una sola specie, non fanno nulla contro le cimici di passaggio.

In secondo luogo, oggi commerciamo e viaggiamo molto di piu’. Le cimici non vivono sulle persone, ma amano nascondersi negli angolini piccoli e bui. Comperare una statua di legno proveniente dall’oriente e’ sicuramente un bene per l’arredamento di casa, ma se l’oggetto e’ relativamente antico e non e’ stato fumigato a dovere e’ possibile che all’interno vi si nascondano le cimici, le loro ninfe o le loro uova e ricordo che sopravvivono a lungo senza mangiare. Si sospetta che le prime cimici di ritorno in Inghilterra dopo la scomparsa dai paesi occidentali siano state introdotte proprio tramite l’importazione di legname (i primi quattro casi avvennero nel 1999). Negli USA invece la faccenda pare sia andata diversamente ed e’ intrigante: per scampare al DDT sembra che le cimici abbiano rifatto il salto d’ospite e siano ritornate ad infestare uccelli e pipistrelli, ad esempio rifugiandosi nei grandi allevamenti di polli. Scampato il pericolo, oggi che non si spargono piu’ insetticidi a casaccio in casa, le cimici son tornate al loro primo amore, noi, rifacendo il salto d’ospite.

I viaggiatori pero’, sotto forma di valige buie e accoglienti, sembrano essere il veicolo preferito di questi animali, che di per se camminano molto poco. Negli Stati Uniti il numero di alberghi infestati e’ in continuo aumento, al punto che e’ stato istituito un registro per informare i viaggiatori del rischio cimici nel loro albergo. La zona piu’ calda e’ New York, seguita dalla Florida e dal North Carolina. Se contate di andare negli USA probabilmente vi conviene controllare non solo perche’ e’ fastidioso tornare grattandosi selvaggiamente, ma anche perche’ c’e’ il notevole rischio di portarsi  a casa un souvenir non voluto, in valigia. A Charlotte il 25% degli hotel controllati erano infestati da cimici, ad esempio. A New York City nel 2002 furono riportati solo due casi di infestazione, nel 2007 ne sono stati riportati 6889. Le cimici passano facilmente da un appartamento a quello vicino infilandosi nelle fessure e nelle intercapedini tra i muri, quindi diffidate del vicino di casa se e’ stato di recente in Nord America (anche in Canada c’e’ un aumento di casi del 600% negli ultimi anni). Cimici in aumento sono anche riportate in Germania, Spagna, Australia.

In Italia ci sono stati diversi casi eclatanti, sempre legati ai viaggiatori (fonte). Il 24 Settembre e il 7 Ottobre 2005 cimici furono rinvenute sull’Espresso Lecce-Bolzano e sull’Eurocity notte Nizza-Napoli rispettivamente. A Giugno 2003 numerose cimici furono trovate nel letto di un bambino di sette anni a Pisa, dopo che questi continuava ad avere papule eritematose e pruriginose sulle gambe, mentre nessuna cimice fu trovata nel letto della sorella che dormiva nella stessa stanza. La famiglia aveva da poco ospitato degli amici Nepalesi in visita in Europa, e si ritiene che le cimici fossero nascoste nel bagaglio di questi ultimi. Sempre a giugno del 2003 un turista della Repubblica Ceca ebbe l’infelice sorpresa di trovare nel letto della casa che aveva affittato con tre amici a 15 Km da Pisa una infestazione da cimici, e il poveretto dovette rivolgersi al Pronto Soccorso. La casa era abitualmente affittata a turisti e prima del gruppo di Praga c’erano stati diversi gruppi di tedeschi. La casa e il letto furono spruzzati di insetticida e dopo ventilazione l’appartamento fu affittato ad altri turisti. Alla fine di Luglio una turista tedesca fu nuovamente morsa dalle cimici e si presento’ incazzatissima all’agenzia che affittava l’appartamento con una cimice in una gabbietta. Finalmente l’agenzia si decise a chiamare una ditta specializzata.

Come ci si accorge se si ha un’infestazione di cimici nel proprio letto? Ci sono diversi segnali indiretti. Uno e’ ovviamente il ritrovarsi le bolle pruriginose ma, come scritto sopra, questo non accade a tutti e a volte non ci si accorge del problema. Un segnale chiave e’ il ritrovamento delle deiezioni delle cimici, che sono puntini neri o grigiastri con l’aspetto di sangue coagulato, nel letto. Se posti su un foglio bianco, inumiditi e strisciati con un dito dovrebbero lasciare una traccia tipica. Il ritrovamento delle exuvie, la vecchia cuticola esterna che rimane dopo la muta, e’ un altro segnale, come anche piccole macchie di sangue sulle lenzuola. Un controllo alle cuciture del materasso in cerca di adulti o ninfe puo’ anche essere utile in caso di dubbio. Le uova sono sufficientemente grandi da essere visibili ad occhio nudo. Infine, le cimici emettono un odore particolare (non sempre’ pero’ rilevabile dal naso umano), cosi’ penetrante che si puo’ facilmente addestrare un cane ad individuarlo: negli USA molte ditte di disinfestazione ora usano il “cane da cimici”.

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Segni dell’infestazione da cimice: feci, exuvie, individui morti, adulti e larve

Non mi dilunghero’ sul come eliminarle, vi rimando ad una buona ditta specializzata o all’acquisto di un aspirapolvere palestrato e di un Vaporetto sotto steroidi (ninfe e adulti muoiono a temperature superiori a 45 gradi), all’uso di un insetticida e di un buon antipulci sui vostri animali da compagnia (si, le cimici possono mordere anche loro!) e all’acquisto di uno di quegli insetticidi ambientali a base ormonale che bloccano l’ecdisi (la muta) degli insetti e quindi impediscono che i giovani si sviluppino in adulti (io ho sconfitto con gli ultimi tre sistemi l’infestazione di pulci in casa mia).

Mi soffermero’ invece in chiusura su un problema serio, ovvero sulla triste evidenza che questi parassiti stanno acquisendo sempre piu’ resistenza agli insetticidi, piretroidi e non, com’e’ normale nell’ottica della corsa della Regina rossa. Un gruppo di ricerca dell’Universita’ di Sheffield (UK) si sta al momento occupando proprio di individuare le resitenze agli insetticidi e i meccanismi genetici coinvolti. Sono rimasta molto impressionata dalla passione di questi ricercatori per il loro soggetto di studio e non posso che essergli grata, dato che e’ uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo. In particolare mi ha colpito la stoicita’ con cui ogni dieci giorni i ricercatori si sottopongono a un salasso e nutrono amorevolmente centinaia di esemplari, attaccandoseli alle braccia e subendo poi esantemi mostruosamente pruriginosi per i successivi dieci giorni. Ritengono infatti crudele e inumano nutrire le cimici di laboratorio con un coniglio, poiche’ la povera bestia ne soffrirebbe. Mi sembra giusto. Ho un messaggio per voi da parte di questi coraggiosi scienziati, e mi pare che il loro stoicismo meriti considerazione: vogliono aumentare la loro collezione di esemplari da laboratorio per testare gli insetticidi su individui non imparentati. Se vi dovesse capitare la disavventura di imbattervi in cimici, in Italia,  contattate se potete Toby Fountain, Ph.D. researcher dell’Universita’ di Sheffield, per spedirgli qualche esemplare o se preferite contattate me e provvedero’ a tradurre in inglese e inoltrare il vostro messaggio.

E adesso continuate pure a grattarvi…

Published by tupaia on November 29th, 2009 tagged notturni, parassiti, Insetti | 32 Comments »

Del desman non si butta via niente (Galemys pyrenaicus e Desmana moschata)

Cos’e’ un animale che ha il corpo da talpa, il naso da toporagno-elefante, la coda da nutria e le zampe da ornitorinco? Un desman, naturalmente! Se non sapete cos’e’ continuate a leggere.

Se non sapete cos’e’ un desman, a dire la verita’, siete perfettamente giustificati, in quanto e’ un animale furtivo e in via di estinzione, e sebbene viva in Europa pochissimo si sa delle sue abitudini. Fondamentalmente un desman e’ una talpa (Famiglia: Talpidae) adattata a vivere in gelidi ruscelli di montagna anziche’ sottoterra e gli adattamenti a questo stile di vita piuttosto estremo hanno modificato il corpo di questo animale in maniera bizzarra.

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Desman russo. Disegno: Kim Thompson; Copyright: per gentile concessione di IMP

A pensarci bene, non sarebbe del tutto errato accostare il desman all’ornitorinco, e definire il desman l’ornitorinco europeo: sebbene i due animali non siano imparentati in alcun modo (il loro progenitore comune e’ vissuto circa 180 milioni di anni fa), il loro habitat e’ simile e cio’ ha fatto si che subissero una convergenza evolutiva:  entrambi hanno le zampe palmate, entrambi hanno gli occhi piccoli e poco funzionali, entrambi sono prevalentemente notturni, entrambi hanno una lunga coda appiattita (orizzontalmente nel’ornitorinco, in senso verticale nel desman) che funge da timone e parzialmente da propulsore in acqua, entrambi si nutrono di invertebrati acquatici, entrambi vivono in tane dall’imboccatura sommersa lungo gli argini dei fiumi, entrambi hanno un foltissimo pelo di color marrone ed entrambi, infine, particolare essenziale, hanno un lungo muso dotato di recettori ultraspecializzati che consentono di trovare le piccole prede in acque buie: recettori elettrici nel becco d’anatra dell’ornitorinco, organi di Eimer, recettori tattili sensibilissimi, nel muso a proboscide del desman, continuamente in movimento.

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Desman russo e ornitorinco australiano: una sorprendente convergenza evolutiva. Fotocredit: Destra: arkive.org; Sinistra: epedia

Ad essere precisi di desman ne esistono due specie: Galemys pyrenaicus, che vive sui Pirenei tra Francia e Spagna e in Portogallo, la cui esistenza e’ stata scoperta solo nel 1811 e Desmana moschata che vive nei corsi d’acqua della Russia occidentale, Bielorussia, Ucraina. La differenza fondamentale tra le due specie consiste nel fatto che il desman russo e’ molto piu’ grosso (circa il doppio) di quello spagnolo, ed e’ sociale, al contrario del solitario cugino iberico. Le due popolazioni, cosi’ distanti, sono probabilmente un relitto glaciale, un ricordo dei tempi Pleistocenici in cui l’areale del desman prendeva tutta l’Europa e arrivava sino all’Inghilterra, e oso supporre (mancano resti fossili) che riflettano una separazione geografica coi desman grossi nel nord europa e i desman piu’ piccoli nell’Europa meridionale, esattamente come sta avvenendo adesso (adesso in senso geologico, ovviamente) per i tassi.

Pian pianino, il clima sta cambiando diventando sempre piu’ caldo, i torrenti di montagna vengono inquinati, le reti per la pesca di frodo sono sempre piu’ numerose, l’uomo ha affinato le armi per la caccia, sono arrivati competitori da oltreoceano  e i desman sono oramai ridotti a pohissimi individui.

Il desman russo in particolare e’ stato sottoposto ad uno sterminio sistematico ed e’ stato cacciato sin quasi all’estinzione. Il motivo storico per cacciare il desman (entrambe le specie, pure quello spagnolo che e’ lungo una dozzina di cm e’ il suo pelo, che e’ particolare: e’ composto infatti da due strati di peli diversi, i peli di guardia lunghi e folti, per dare una protezione idrorepellente all’animale, e il sottopelo corto e densissimo, per proteggere l’animale dal freddo durante l’immersione nei fiumi montani e nei laghetti glaciali (tutti gli animali tranne noi hanno peli di guardia e sottopelo, ovviamente, ma nel desman la separazione e’ piu’ netta). Quasi un piano perfetto, senonche’ l’orologiaio e’ ahime’ cieco, o peggio molto miope, e non si e’ accorto che fornendo il desman di un simile pelo, folto, caldo e idrorepellente, gli si rendeva difficilissimo immergersi, per via dell’aria intrappolata. La sfortunta creatura e’ quindi costretta sia a leccarsi continuamente per tenerlo in ordine, sia a spendere moltissime energie per scendere in acqua in profondita’, ed e’ tenuta a limitarsi ad immersioni brevi, di solito di pochi minuti, dopodiche’ riemerge affannata a respirare. Eredita’ di un pelo da talpa. Per non farsi notare dai predatori il desman usa un sistema ingegnoso: fa snorkeling: rimane immerso sotto il pelo dell’acqua e fa emergere solo la punta del lungo muso appiattito e canalicolato, che sembra una doppietta. E’ interessante notare che, al contrario dell’ornitorinco, solo le zampe posteriori sono completamente palmate, mentre quelle anteriori lo sono solo parzialmente. Cio’ perche’ il desman si propelle fondamentalmente con la coda e gli arti posteriori, piu’ forti, per contrastare la spinta di galleggiamento del pelo. Se state accarezzando l’idea di un cappotto di pelliccia di desman per Natale vi do pero’ una brutta notizia: persino in Russia, che non brilla per la sua sensibilita’ ecologica, la specie e’ protetta dagli anni cinquanta del secolo scorso, e comunque dubito ne rimangano a sufficienza per farne un cappotto, sebbene non si abbia idea dell’effettivo numero della specie e del prelievo venatorio illegale. Per quanto riguarda gli esemplari introdotti in Ukraina per salvarli dall’inquinamento dei fiumi russi adesso sospetto che brillino nel buio per via di Chernobyl, che fa trendy in discoteca, ma poco salutare.

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Pellicce di desman russo. Fot: wikicommons 

Il pelo non e’ pero’ la sola attrattiva del desman russo: sotto la coda ha delle ghiandole che secernono una sostanza oleosa e densa con cui marca il territorio, che ha un forte odore muschiato (da cui sia il nome “moschata” , sia il nome “desman” che in svedese significa muschiato, dalla parola svedese desmanråtta, ratto muschiato; attenzione pero’, a non confonderlo col rat musqué con cui si fanno le pellicce moderne, Ondatra zibethica, che e’ americano ed e’ un roditore). Il secreto di queste ghiandole veniva usato per fare nell’industria manufatturiera dei profumi e pare fosse molto particolare. Se a Natale desiderate un profumo al muschio di desman, pero’, temo sia improbabile, salvo trovarlo sul mercato nero profumiero, ma dalla Russia mi aspetto questo ed altro. Se poi vi piace profumare la biancheria, sino ad un secolo fa avreste potuto facilmente (oggi si spera meno facilmente) acquistare in Russia una coda di desman svuotata e ridotta a sacchetto auto-profumato. Non mi e’ chiaro se l’animale sia anche commestibile, ma sospetto di si.

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Desman iberico. Foto: moleplace.com

Anche il piccolo desman pirenaico marca il territorio con un forte odore muschiato, e lo fa anche con piu’ passione del desman russo: e’ fortemente territoriale e solitario, ad eccezione del partner. La femmina ha un territorio piu’ piccolo e quello del maschio si sovrappone. I due condividono l’areale, ma non particolarmente pacificamente e le cure dei cuccioli spettano solo alla femmina. Si sopportano abbastanza pero’ da tenere alla larga altri desman, nell’improbabile caso che ce ne siano nei paraggi. E’ una strategia necessaria, in quanto i torrenti montani in cui vivono sono poverissimi di cibo per via della temperatura molto bassa: qualche larva di insetto acquatico, qualche gamberetto, qualche anfibio. Il maggior rischio per questa specie infatti, piu’ che la caccia, e’ l’inquinamento che distrugge il fragile e povero ecosistema in cui vive. I desman russi invece vivono in fiumi piu’ planiziali e piu’ ricchi di cibo. Essendo piu’ grandi, catturano anche qualche pesce. Il risultato e’ che sono gregari e sino ad otto individui condividono la stessa tana, il che evidentemente rende piu’ semplice la vita ai bracconieri russi. Poco o nulla si sa pero’ della loro struttura sociale.

Se poi volete un desman vivo per Natale e volete provare ad acchiapparvelo da soli, ve lo sconsiglio vivamente: le zampe hanno degli artigli lunghi, affilati e possenti, retaggio dell’antenato talpino, con cui si aggrappano alle rocce e che possono ferire. E soprattutto sono nella lista rossa della IUCN (vulnerabili), per cui e’ invece il caso di proteggerli prima che scompaiano del tutto e di loro non resti neanche il ricordo, dato che gia’ ora pochissimi sanno della loro furtiva esistenza.

Published by tupaia on November 21st, 2009 tagged rari, notturni, mammiferi, Insettivori | 13 Comments »

Colletta e compleanno.

Domani e’ il mio -ntesimo compleanno (purtroppo tra i piu’ brutti e tristi della mi vita per motivi personali: la mia micia Benazir e’ scomparsa l’altra notte, mi hanno rubato il portafogli con tutti i documenti dentro, e sono da sola in un alberghetto nel posto piu’ squallido del Regno Unito a fare un corso noiosissimo).

Colgo l’occasione per ringraziare ancora una volta tutti coloro che hanno pigiato sul “donate” button.

Sfortunatamente la cifra raccolta non basta neanche a comperare una compatta cinese quindi mi vedo costretta a prolungare la colletta ancora almeno sino a Natale. Mi spiace se qualcuno e’ infastidito dal disclaimer.

Published by tupaia on November 15th, 2009 tagged annunci | 17 Comments »

Pipistrelli a luci rosse e cinesi guardoni: Cynopterus sphynx

Uno studio interessante apparso di recente ci rende edotti sulle abitudini sessuali di un pipistrello che mangia frutta che vive nel sudest asiatico, dal Pakistan alla Cina, il Cynopterus sphinx.

Tan M, Jones G, Zhu G, Ye J, Hong T, et al. ci spiegano che questo pipistrello e’ l’uncico animale finora riscontrato  al di fuori delle scimmie superiori (Homo e Pan) a praticare quella che credevamo un comportamento eslusivamente umano sino a non molto tempo fa: la fellatio.

Da esperti e meticolosi voyeurs il team cinese ci spiega che:

“We observed that females were not passive during copulation but performed oral sex, licking their mate’s penis during copulation. This paper will provide information on the copulatory behavior and the duration of copulations of C. sphinx.”

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“Ain’t done nuffing, guv!” C. Sphynx che ha l’aria di essere appena stato beccato ad essersi aperto l’impermeabile ai giardinetti pubblici. Foto: bio.bris.ac.uk

Il maschio di questa specie di solito e’ poliginico e forma un harem. A tal fine si costruisce una tenda intrecciando foglie di palma masticate o, se queste mancano, rametti di piante pendule tipo Vernonia scandens, abitudine comune ad alcuni altri pipistrelli, come ad esempio  diversi Fillostomidi. L’operazione di costruire la tenda e’ lunga e laboriosa e porta via diversi giorni al maschio. Quando il “nido d’amore” e’ stato completato, il maschio invita le femmine di passaggio sotto la tenda, immagino invitandole a vedere la sua collezione di francobolli. Sino a 19 esemplari sono stati rinvenuti sotto un’unica tenda. Siccome pero’ le pipistrelle sono tutto tranne che mogli fedeli e virtuose, se il padrone di casa non e’ di loro gradimento si accoppiano con lo sconosciuto alto e bruno di passaggio (ce n’e’ anche una decina di maschi gregari in attesa dell’occasione buona, sotto una tenda) e, come spesso accade, il padrone dell’harem non e’ il padre di tutti i cuccioli, pur essendo il maschio dominante della zona.

Lo studio cinese riguarda pipistrelli in cattivita’ isolati in coppie e con solo alcune foglie di palma a disposizione, che venivano cambiate regolarmente impedendo quindi al maschi di farsi una tenda come si deve. Gli atteggiamenti aggressivi del maschio nei confronti della femmina, quindi, che assomigliano piuttosto a degli stupri, potrebbero essere devianze comportamentali dovute alle condizioni di cattivita’.

Comunque sia, Tan e gli altri, pulendosi le lenti appannate degli occhiali , ci dicono che:

“During copulation, the pair appeared to move forwards and backwards uninterruptedly and rhythmically”

e sino a qui, niente di nuovo data la struttura del pene dei pipistrelli (gli ungulati ad esempio non hanno bisogno di muoversi su e giu’, vedi qui per ulteriori dettagli sull’argomento). L’accoppiamento avviene faccia contro schiena, e anche questa non e’ una novita’, e’ quello che accade in tutti i quadrupedi per ragioni anatomiche.

La scoperta del team cinese e’ che durante la copula la maggior parte delle femmine osservate  si piega per leccare la base e il corpo del pene del maschio, la cui estremita’ e’ gia’ nella vagina femminile. Sospetto che questo sia il sogno proibito di molti umani maschi, dato il giro del mondo che ha fatto questa notizia, a mio motivo non piu’ rilevante di molte altre che invece passano sotto silenzio.

Se volete i dettagli, i cinesi hanno cronometrato tutte le prestazioni:

“The average duration of penis licking was 19.14 +/- 3.45 s, representing about 8.7% of the average duration of copulation (220.29 +/- 26.19 s (N=14))”

Praticamente 20 secondi di fellatio addizionale su quattro minuti di scopata.

“When copulation was completed, the male licked his penis for several seconds. This self-licking occurred after all of 20 copulations, but was absent after three instances in which intromission failed to occur. Subsequently, the male often groomed himself or licked the inner surface of the tent, yet seldom flew away. Also, the female groomed herself and typically stayed close to her mate.”

Dopo insomma ci si lava e si fuma una sigaretta. Anche qui, niente di strano.

Il succo del discorso pero’ e’il seguente:

“The longer the female licked the penis of her mate, the longer they copulated for. Furthermore, we found that whether a female licked her mate’s penis during copulation had a significant influence on the duration of copulation. The pairs spent more time copulating if the female licked her mate’s penis than on occasions when females did not show licking behavior. This result suggests that the licking behaviour may play an important role in copulation by prolonging intromission[…] Each second of
licking results in approximately 6 extra seconds of copulation”

Insomma, piu’ dura la fellatio, piu’ dura la copula. Accoppiamenti con fellatio durano di piu’ di accoppiamenti senza. Tutto cio’ e’ molto tantrico e avrebbe dovuto essere scolpito sul Khajuraho o illustrato sulle miniature del Kamasutra.

Il problema pero’ e’ spiegare il significato etologico di questo comportamento. Lo studio cinese fornisce quattro ipotesi:

  1. il leccamento serve a lubrificare il pene e aumenta l’eccitazione del maschio, aumentando cosi’ la durata della copula e garantendo il passaggio degli spermatozoi verso l’ovidotto, o magari la produzione di ormoni femminili per aumentare le chances di procreazione. Non e’ chiaro secondo me perche’ la femmina dovrebbe prendersi la pena di fare un simile favore al maschio: se non e’ capace di fare tutto cio’ da solo non e’ un buon maschio.
  2. L’aumento della durata della copula permette di controllare piu’ a lungo il susseguente comportamento del partner, dato che dopo l’accoppiamento la coppia si separa.  Di nuovo, questo e’ piu’ un problema del maschio che della femmina, non spiega perche’ la femmina debba darsi da fare per stare piu’ a lungo col maschio che tanto dopo un po’ se ne va per i fatti suoi con gli amici.
  3. La saliva agisce da disinfettante contro le malattie sessualmente trasmesse. In quel caso pero’ i germi sono nello sperma, e non sul pene: che senso ha sterilizzarne la base?
  4. il leccamento puo’ facilitare l’individuazione di particolari recettori chimici del sistema MHC associati alla scelta del partne. Mi sembra un po’ tardi, francamente…

Personalmente, io avrei un’altra spiegazione che mi sembra piu’ probabile, associata con la bologia di questi animali. Le femmine di C. sphynx hanno un utero biforcuto che funziona a momenti alterni: al primo accoppiamento, che avviene tra ottobre e febbraio, ovula l’ovario di destra e la gravidanza avviene nel corno destro dell’utero, senza coinvolgimento della parte sinistra. Dopo la gravidanza parte del corpo luteo rimane e blocca l’ovulazione a destra. Subito dopo il parto le femmine si accoppiano di nuovo, e questa volta ovula l’ovario di sinistra e la gravidanza avviene nel corrispondente corno sinistro dell’utero. In questo modo la femmina, controllando per via ormonale ovari e corni dell’utero, fa si che la parte che e’ stata soggetto a stress si riposi.

Non saprei se c’e’ lateralizzazione, non credo sia stato studiato, per vedere se le gravidanze a destra o a sinistra sono equivalenti dal punto di vista della sopravvivenza del cucciolo o dell’embrione (viene partorito un baby-pipistrello alla volta). Sicuramente pero’ con una gravidanza ogni quattro mesi queste devono essere soggette alla stagionalita’ monsonica, e suppongo questo influenzi la sopravvivenza degli embrioni o dei cuccioli. La prima gravidanza e’ dal lato destro nel 72% dei casi, cifra che mi ricorda molto da vicino il numero di umani che usano la mano destra: non sarei stupita se lateralizzazione ci fosse anche nei pipistrelli

Io suggerisco che il leccamento, laddove non sia un comportamento deviante dovuto alla cattivita’, sia il modo che ha la femmina per prolungare la copula del maschio e far si che, in una specie parzialmente promiscua, con competizione spermatica e accoppiamenti forzati, sia proprio il maschio scelto dalla femmina il padre dei cuccioli, quello giusto in quel particolare momento: la copula piu’ lunga darebbe tempo agli spermatozoi “giusti” di fecondare l’ovulo prima che allo straniero di passaggio venga in mente di tentare un accoppiamento forzato. Bisognerebbe vedere se, in caso di accoppiamenti multipli, a tutti i maschi viene praticata fellatio o solo a uno. Dall’articolo si evince pero’ che dove l’accoppiamento e’ forzato non ci sono leccamenti e questa mi sembra una parziale conferma di quanto affermo.

In tutta onesta’, tuttavia, dato che questo pipistrello in Cina e’ considerato quasi “vulnerable”, al momento io cercherei piu’ di concentrarmi su come non farlo estinguere che sulle sue abitudini sessuali. Sicuramente pero’ questo e’ stato un buon sistema per farlo conoscere al mondo, chissa’ che non ne derivino anche stanziamenti per assicurargli una strada contro l’estinzione.

Per gli zooguardoni:  un video della copula dei pipistrelli lo si puo’ osservare qui: doi:10.1371/journal.pone.0007595.s001

Referenze:

Tan M, Jones G, Zhu G, Ye J, Hong T, et al. (2009) Fellatio by Fruit Bats Prolongs Copulation Time. PLoS ONE 4(10): e7595. doi:10.1371/
journal.pone.0007595

Balashing J., Suthakar Isaak, S., Subbaraj, R. (1993) Tent-roosting by the frugivorous bat Cynopterus sphynx (Vahl, 1797) in Southern India. Proceedings of the Indian Academy of Science, Section A, 16 (5)

http://animaldiversity.ummz.umich.edu/site/accounts/information/Cynopterus_sphinx.html

Published by tupaia on November 8th, 2009 tagged notturni, ricerca, comportamento, mammiferi | 10 Comments »

L’AVIS volante: i pipistrelli vampiro

Listen to them - children of the night. What music they make.

 Dracula, Bram Stoker

 

Pochi animali hanno una fama triste e immeritata come i pipistrelli vampiro.

Triste perche’ li si associa sempre a nobili transilvani dei film di serie B di Hollywood, laddove invece tutti i pipistrelli vampiro vivono in centro e sud America. Immeritata perche’ l’etologia di questi animali e’ incredibilmente complessa e affascinante, ma ci si ricorda di loro solo per la dieta a base di sangue.

Di pipistrelli vampiro ne esistono tre specie: il pipistrello vampiro comune (Desmodus rotundus), il pipistrello vampiro dalle zampe pelose (Diphylla ecaudata) e il pipistrello vampiro dalle ali bianche (Diaemus youngi).

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Pipistrelli vampiro dalle ali bianche ( Diaemus youngi). Foto (C) Dan Riskin

Tutti e tre hanno una dieta basata esclusivamente sul sangue, il che li identifica come un raro esempio (forse l’unico) di mammifero parassita: non bevono acqua e non ingeriscono mai niente di solido, e per questo i loro apparati digerente ed escretore hanno dovuto subire pesanti modifiche, come accade in tutti i parassiti. In origine infatti l’antenato di questi animali era un pipistrello insettivoro della famiglia dei Phyllostomidae, (che significa “bocca a foglia”, per via dell’escrescenza carnosa a forma di foglia sul naso che fa parte del sistema sonar). La preferenza verso il sangue e’ stato cosi’ un successo che dall’antenato comune sono derivate addirittura tre specie. Cio’ pero’ deve essere accaduto molto tempo fa in quanto le tre specie, sebbene uniche e diverse dagli altri pipistrelli, hanno ciascuna un proprio genere, con una specie per parte, e le proprie caratteristiche uniche.

I caratteri che accomunano questi pipistrelli sono innanzi tutto i due incisivi, lunghi e appuntiti come canini, che servono a perforare la pelle delle vittime in modo che ne fuoriesca il sangue (attenzione: a dispetto del loro nome i vampiri non succhiano il sangue, ma lo leccano dalle ferite  man mano che sgorga). I denti sono cosi’ acuminati che perforano facilmente gli spessi guanti di pelle dei ricercatori che studiano i pipistrelli neotropicali, il che li rende odiosi persino agli zoologi sia per questo sia perche’ sono agili e veloci e liberarli dalle reti e’ un incubo. Ci sono altri problemi seri legati ai morsi dei vampiri ma per conoscerli temo che dovrete continuare a leggere questo post sino in fondo. La saliva dei vampiri contiene un polipeptide chiamato, poco fantasiosamente, “draculina“, che e’ un potente anticoagulante e fa si che il sangue continui a fuoriuscire per tutto il tempo che l’animale si nutre, il che di solito dura una ventina di minuti. Per quanto li si possa detestare per il loro parassitismo, molti esseri umani oggigiorno devono la loro vita ai vampiri poiche’ la draculina e’ somministrata alle persone a rischio di infarto o con altri problemi legati alla coagulazione del sangue. Il Dr. Van Helsing deve essersi ricreduto ad un certo punto, evidentemente.

Altri caratteri comuni e unici sono il muso corto e tozzo che rende piu’ facile leccare il sangue, le orecchie piccole e la mancanza di “foglia” sul naso o altri sistemi ricettivi, associati ad un sonar molto rudimentale (tanto non devono mica cercare zanzare, una mucca son buoni tutti a vederla), la mancanza di coda e la capacita’, unica tra tutti i pipistrelli, di camminare agevolmente per terra, correre, saltare e arrampicarsi sugli alberi, in modo da poter attaccare dal basso, non visti, la loro preda. Volano anche benissimo, naturalmente.

Il vampiro comune si nutre quasi esclusivamente di mammiferi, bestiame per lo piu’, o se non ne trova tapiri, agouti, pecari, cervi e leoni marini. Se ne trova di addormentati, non disdegna neanche gli esseri umani. Il vampiro dalle ali bianche (che in realta’ di bianco ha solo il bordo dell’ala), molto raro,  si nutre prevalentemente di pollame e di piccoli uccelli selvatici con un peso variabile da 15 a 200 g; non e’ infrequente che si arrampichi in un nido e salti addosso agli inermi pulcini, il che e’ particolarmente inpressionante perche’ il pulcino puo’ non sopravvivere all’attacco, al contrario di una mucca che quasi non se ne accorge. All’occorrenza pero’ questo pipistrello non disdegna il sangue dei mammiferi, prevalentemente capre, maiali e bovini: un adattamento recente, a quanto pare, all’importazione di bestiame da parte degli europei, laddove prima i mammiferi erano piccoli ed elusivi. Il vampiro dalle zampe pelose, molto raro anche lui, e’ il piu’ docile dei tre e non morde i ricercatori quando lo maneggiano, il che lo rende mediamente piu’ simpatico. Probabilmente pero’ dipende solo dal fatto che non gradisce molto i mammiferi e si nutre quasi esclusivamente di sangue di uccelli. In cattivita’ morde i polli alle zampe o nella regione anale (povere bestie!), o anche sul collo, mentre non si conoscono bene le sue abitudini allo  stato selvatico. Al contrario delle altre due specie, che hanno un canaletto sul labbro inferiore per far scorrere il sangue nella bocca, questo vampiro ha la superficie inferiore della lingua canalicolata. Il principio pero’ non cambia.

Una volta che la preda e’ stata identificata, il vampiro le atterra vicino e percorre saltando o camminando lo spazio sino alla vittima, dopo di che, con grande delicatezza in modo che non se ne accorga, le sale addosso. Posizionato sul naso vi e’ un sensore termico che aiuta il pipistrello ad individuare le zone piu’ calde della pelle, che corrispondono a quelle con i vasi sanguigni piu’ superficiali.  Individuata l’area giusta, se e’ necessario, la depila con i denti affilati usandoli come rasoio e quindi, delicatamente, solleva una piccola porzione di pelle da cui comincia a leccare il sangue che ne fuoriesce. A volte dalla stessa ferita si nutrono contemporaneamente piu’ vampiri. Cio’ accade particolarmente quando la madre svezza il piccolo e gli mostra come fare, o tra gruppi di giovani pipistrelli imparentati tra loro.

Un vampiro comune ha bisogno di circa 20 grammi di sangue al giorno per sopravvivere, e li prende tutti in una volta nel suo unico pasto giornaliero, che dura una ventina di minuti. Siccome si tratta di animali piccini, che pesano in media 40 g o meno (il corpo e’ lungo al massimo 7 cm), significa che ad ogni pasto un pipistrello vampiro ingerisce sangue per meta’ del proprio peso, dopo di che deve riuscire a decollare e allontanarsi velocemente. Ingerire una simile quantita’ di liquido in cosi’ poco tempo e poi tornare a casa e’ un’impresa impossibile anche per il piu’ esperto binge-drinker londinese abituato alla chiusura dei pub alle 11. La soluzione adottata pero’ e’ simile in entrambi i casi: espellere l’acqua in eccesso riduce il volume nello stomaco. Non conosco esattamente gli adattamenti fisiologici degli alcolisti inglesi, ma i vampiri adottano un sistema ingegnoso: il plasma del sangue ingerito, poco nutriente, passa rapidamente ai reni iperefficienti dove viene filtrato: un vampiro comune comincia ad urinare dopo due minuti dall’inizio del pasto e continua per tutta la sua durata. Alla fine ha comunque un bel pancino teso e deve darsi uno slancio energico con i piedoni (i tarsi sono molto lunghi) per decollare. Se non altro i londinesi possono chiamare un taxi per tornare a casa. Spesso un vampiro ritorna, notte dopo notte, allo stesso mucca-pub dove riapre la ferita che ha fatto la notte precedente, per piu’ e piu’ notti, e scaccia i vampiri estranei dall’avvicinarsi al suo sangue alla spina. Il prelievo di sangue, nel caso del Desmodus rotundus, e’ irrisorio, perche’ 20 g di sangue equivalgono a due cucchiai rasi e per un bovino sono niente: le zanzare nelle steppe russe prelevano dalle renne in un giorno solo oltre mezzo litro di sangue!

Dal canto loro i vampiri ali bianche sono dei piccoli geni del travestimento. I polli, portati dagli europei, sono una delle loro principali fonti di cibo. Ebbene sembra che i vampiri abbiano scoperto facilmente, nel corso di poche centinaia di anni, e se lo tramandano per via culturale (l’evoluzione non avrebbe potuto agire cosi’ rapidamente) che c’e’ un punto sul petto della gallina, senza piume e molto vascolarizzato, che serve al volatile per tener calde le uova durante la cova e i pulcini dopo, ed e’ un punto molto sensibile. Se un vampiro riesce ad avvicinarsi tanto da saltare sulla gallina evitandone le beccate che potrebbero ucciderlo, tramite il sensore termico individua quel punto e vi si aggrappa infilandosi tra le piume. La gallina, molto piu’ stupida del pipistrello, reagisce istintivamente come farebbe con un pulcino, si accuccia, arruffa le penne e socchiude gli occhi, mentre viene “vampirizzata”, credendo di stare covando un pulcino.

Capita a volte che un pipistrello non riesca a nutrirsi, ad esempio perche’ la sua vittima lo ha percepito e allontanato, e torna al posatoio a pancia vuota. Un animale volante cosi’ piccolo, a sangue caldo, ha un metabolismo elevatissimo e se passasse anche solo 2-3 giorni digiuno morirebbe. Per sopravvivere allora i vampiri adottano una strategia interessante e rarissima nel regno animale, dato che prevede cortesia e reciprocita’: si fanno prestare il sangue. Al rientro al nido tutti i vampiri si dedicano ad un’attivita’ di reciproche pulizie dopodiche’ il vampiretto affamato (di solito sono i giovani inesperti che tornano a pancia vuota: una notte ogni tre per un giovane sotto i due anni, una notte ogni dieci per un vampiro adulto piu’ navigato) comincia a leccare il muso di un conspecifico. Cio’ induce in questi,  ma solo se lo ritiene opportuno, il rigurgito di un po’ di sangue che viene leccato dalle labbra, in una posizione tipo quella di un bacio alla francese. Il problema e’: il pipistrello donatore di sangue ci rimette. Come fare a garantirsi che il prestito non sia a fondo perduto e che il favore possa un giorno essere ricambiato? Per capirlo bisogna osservare la struttura sociale di questi animali.

vampire-bats.jpg

Colonia di Pipistrelli vampiro comuni (Desmodus rotundus).  Foto: www1.umn.edu

I vampiri comuni formano grandi colonie che arrivano anche a 2000 individui in posti completamente bui, come grotte, miniere, alberi cavi. All’interno della colonia pero’ si possono individuare gruppetti piu’ piccoli, da una ventina a un centinaio di esemplari. Ogni gruppo e’ formato da femmine, genericamente imparentate tra loro ma anche estranee: se si comportano bene, le estranee vengono accolte senza problemi; dai cuccioli (ne viene di solito partorito uno solo per volta, che resta con la madre anche tutta la vita se e’ femmina) e da un maschio adulto dominante. I giovani maschi si allontanano in genere all’eta’ di 12-18 mesi, in genere per un conflitto col maschio dominante (il che fa dei vampiri i pipistrelli con le piu’ lunghe cure parentali), e possono riunirsi in gruppetti di una decina di esemplari non imparentati tra loro. All’esterno di ogni “clan” ci sono sempre dei maschi subordinati che aspettano un momento di distrazione del maschio dominante. Questi infatti e’ in genere il padre di solo meta’ dei pipistrellini nati, non essendo la fedelta’ una virtu’ cardinale nel mondo dei chirotteri. In genere il ruolo di maschio dominante viene mantenuto per un paio di anni, sino alla perdita di una lotta con un altro maschio.

I vampiri ali bianche vivono invece in colonie miste composte da una trentina di individui e quelli zampe pelose anche prediligono colonie piccole, una dozzina di animali circa, sebbene in una caverna a Puebla (Messico) ne siano stati trovati 500 tutti insieme. Tutti pero’ hanno in comune la vitale attivita’ di prestarsi il sangue: e’ stato calcolato che se cosi’ non fosse l’80% dei pipistrelli vampiro morirebbe di fame entro il primo anno di vita. Col prestito di sangue invece e’ facile trovare femmine selvatiche di 15 anni di eta’.

Si diceva, come fare ad assicurarsi la reciprocita’ del prestito? Ci vogliono garanzie. E’ stato dimostrato che il sangue viene “prestato”  solo ed esclusivamente ad animali che abbiano condiviso lo stesso posatoio diurno per almeno il 60%  del tempo, indipendentemente dalle parentele. Se so dove abita, quando mi serve posso andare a pretendere la restituzione, sarebbe suicida dar sangue ad un estraneo. Un pipistrello affamato perde peso piu’ velocemente di uno che si e’ nutrito, quindi per il donatore restare a pancia mezza vuota e’ meno drammatico che per un pipistrello che non si e’ nutrito affatto, se poi c’e’ la possibilita’ di ricevere in cambio il favore quando si e’ nei guai. Ma come fare ad essere sicuri che uno non sia solo un miserabile, avido scroccone che pretende sangue anche dopo essersi nutrito? Il prestito di sangue avviene solo dopo l’attivita’ di grooming, ovvero di pulizie reciproche, durante le quali ci si rende facilmente conto se un pipistrello ha la pancia piena e tesa oppure no. Quindi se un ciccione viene a chiedere sangue solo perche’ lo rivuole indietro subito, di solito viene mandato al diavolo. Se poi un pipistrello bara, e non restituisce il sangue dopo averlo ricevuto, subisce un sistema di ostracismo per cui nessuno gliene presta piu’ dopo un po’, quindi non conviene a nessuno barare sapendo che la notte in cui si torna a pancia vuota e’ vicina.

L’unica eccezione a questa ferrea regola sono le madri, che dopo i tre mesi di eta’ del cucciolo gli integrano il latte con del sangue rigurgitato. Non solo e’ un ulteriore supplemento di calorie durante lo svezzamento, ma e’ anche una fonte di ceppi di batteri intestinali che favoriscono la digestione. Questa donazione di sangue unidirezionale dalla madre al cucciolo dura almeno un anno. I vampirotti allevati a mano nei centri di recupero e’ noto che hanno dei biberon con un contenuto speciale e unico tra i mammiferi: si fa una miscela contenente meta’ latte per gattini e meta’ sangue (di bovino o di pollo a seconda della specie di vampirello). Sempre meglio in effetti dei bruchi frullati che aggiungevo al latte del baby-Pipistrellus pipistrellus che ho svezzato qualche anno fa.

vamp-tuey1.jpg

Baby-vampiro comune in svezzamento in un centro di recupero. Foto (C) batconservation.org

Questo comportamento e’ stato ben studiato nel pipistrello vampiro comune ma nelle altre due specie, anche se si sa che avviene, non se ne conoscono con precisione i dettagli.

Sino a qui si direbbe che i nostri vampiri, sebbene un po’ scrocconi di sangue altrui, non siano piu’ nocivi di una zanzara troppo cresciuta ma purtroppo non e’ cosi’. C’e’ un problema correlato al loro morso che li rende pericolosi. Mi riferisco alla trasmissione della rabbia paralitica, una malattia virale il cui agente si annida nelle ghiandole salivari dei mammiferi e viene trasmessa con la saliva. questa malattia puo’ essere fatale per gli esseri umani che vengono accidentalmente morsi, sia per lavoro (zoologi e affini che si ostinano a star svegli la notte e catturare tutto quel che si muove, come se fosse divertente), sia per pura e semplice sfortuna, perche’ magari si abita dove una mandria di bovini e’ appena stata spostata in un altro pascolo e i vampiri sono costretti a cercare altre prede per non morire di fame. Anche i pipistrelli in realta’ muoiono per questa malattia ma cio’ e’ peggio perche’ prima di morire diventano lenti e torpidi, e’ piu’ facile catturarli e quindi essere morsi accidentalmente. La rabbia in realta’ e’ responsabile per il crollo della popolazione di intere colonie di vampiri e volendo e’ molto piu’ pericolosa per loro (che se la scambiano tramite le donazioni di sangue) che per noi, che ci vacciniamo. Nel 2005 in Brasile sono morte almeno 23 persone di rabbia a causa del morso dei vampiri, ma anche la popolazione di pipistrelli e’ crollata, sia per la rabbia che per la perdita di habitat per via della deforestazione.

Come sempre accade, e come ci insegnano i finali dei film dell’orrore, noi siamo molto piu’ pericolosi per i vampiri di quanto lo siano i vampiri per noi.

Nota di folklore: Congratulazioni a Christopher Lee che e’ appena stato nominato Baronetto (Sir) dalla regina Elisabetta per meriti artistici.

Alcune Referenze:

Carwardine, M. (2007) Animal Records. Natural History Museum, London.

Reid, F. (1997) A field guide to the mammals of Central America and Southeast Mexico. OUP, New York.

Withaker J. O., (2006) Bat Blood Donors. In: The Enciclopedia of mammals, OUP, New York

Wilkinson, Gerald S. (1984) Reciprocal Food Sharing in the Vampire Bat. Nature. 308: 181-184

Wilkinson, Gerald S. (1985a) The Social Organization of the Common Vampire Bat I. Pattern and Cause of Association. Behavioral Ecology and Sociobiology. 17: 111-121

http://news.bbc.co.uk/1/hi/4398660.stm

http://www.britannica.com/bps/additionalcontent/18/34801868/THE-CURIOUS-BLOODY-LIVES-OF-VAMPIRE-BATS

Published by tupaia on November 1st, 2009 tagged notturni, parassiti, mammiferi | 31 Comments »

Millepiedi onirico

Le persone normali sono a volte turbate da fatti accaduti nell’infanzia, ricordi che a volte riemergono tormentosi. Accade anche a me, naturalmente, ma i miei ricordi tormentosi sono spesso da psichiatra ed in genere di natura zoologica.

Uno in particolare mi tormenta da anni e anni, visto che ogni tanto riemerge.

Facevo la quinta elementare, stavo tornando da scuola in un giorno di pioggia. Aveva in precedenza piovuto cosi’ forte che dai tombini risgorgava acqua verso l’esterno.  Nel mio percorso verso casa dovevo passare sotto un ponte della ferrovia, in quella che allora era una zona poco “igienica” della citta’ e che oggi e’ felicemente contornata da aiuole e luci brillanti.

Mentre ero sotto il ponte, a poca distanza da uno di questi tombini che vomitava acqua piovana, vedo una cosa che si muove lentamente. Guardo meglio e vedo un grosso “verme” nero, tutto lucido e con la testa gialla che si muove lentamente, sui 7-8 cm di lunghezza per poco piu’ di mezzo di larghezza. La vista del “mostro uscito dalla fogna” mi sconvolge parecchio e torno a casa di corsa, e l’immagine non mi ha mai abbandonata, e’ di quelle che ti si stampano dietro la retina e li rimangono. Per anni mi sono chiesta di cosa si trattasse, senza mai riuscire a trovare una risposta.

Con qualche nozione di tassonomia in piu’ ho concluso che si trattasse di un millepiedi, anche se oggi trovo che queste gentili creature siano belle e affascinanti. Quando mi e’ tornato alla mente ho provato a fare una ricerca su Google images con la chiave “yellow headed millipede”.

Ne e’ venuto fuori questo:

yellow-head-millipede.jpg

E’ lui!!! Esclamo tra me e me, con un brivido che corre lungo la schiena a distanza di alcune (per fortuna poche) decadi.

Ma poi leggo meglio, e dovrebbe essere un millepiedi gigante tropicale, anche se sul sito (easyinsects.co.uk) non specifica nulla. Non trovo altri riferimenti a questa bestia e non ho sottomano bibliografia utile, e quando ce l’ho non mi viene in mente di controllare.

Quindi o non e’ lui, o non e’ tropicale o chissa’ cosa ci faceva in una citta’ italiana, seppure del Mezzogiorno, un millepiedi tropicale in una zona e in un periodo in cui la gente non allevava millepiedi per passione.

Qualcuno ha qualche idea di cosa possa essere o me lo sono sognato?

P.S. dopo tutti questi “intermezzi” dovrebbe arrivare in brevissimo tempo un post “serio” su uno specifico genere di animali, prometto.

Published by tupaia on October 30th, 2009 tagged misteri, tassonomia, invertebrati, Varie ed eventuali | 11 Comments »

Come depilare una lince

lynx.jpgOccorrente:

Una lince mentre cerca di evitare le trappole degli zoologi

Procedimento:

Rintracciare le tracce di lince sulla neve fresca; identificare, grazie all’odore di urina e ai segni di distruzione, i punti dove la lince marca il territorio. A questo punto inchiodare a circa 60 cm di altezza il quadrato di tappeto che avrete precedentemente preparato nel seguente modo: Dopo aver inserito i chiodi, in modo che le punte non sporgano piu’ di un centimetro, aprirle e smussarle con la pinza. Cospargere la “rubbing pad” in fieri con le due seguenti sostanze:

  1. estratto oleoso di Nepeta cataria, o erba gatta, o catnip, quella roba che si usa per i giocattoli dei mici di casa: tutto sommato cos’e’ una lince, se non un micio troppo cresciuto?
  2. castoreum o tintura di essudato di ghiandole anali di castoro mista ad urina. Fa schifo? Ebbene, e’ la base di molti profumi per noi umani! Non saprei pero’ perche’ una lince sia attratta dalle marcature territoriali di un castoro, suppongo per fame.

Lasciare in loco e rinnovare le profumazioni ogni dieci giorni circa. Dopo un paio di mesi, avrete una lince depilata alla francese come un barboncino e un gomitolo di peli di lince da portare a casa.

Se vi state chiedendo cosa mi sono fumata, sappiate che e’ tutto vero, e’ stato sperimentato e a quanto pare funziona: e’ scritto qui:

Using Scent-Marking Stations to Collect Hair Samples to Monitor Eurasian Lynx Populations
Krzysztof Schmidt and Rafał Kowalczyk
Wildlife Society Bulletin, Vol. 34, No. 2 (Jun., 2006), pp. 462-466

Published by tupaia on October 23rd, 2009 tagged ricerca, predatori, mammiferi | 8 Comments »

Ragni vegan? No grazie!

Della nuova specie di ragno scoperta di recente, la Bagheera Kiplingi, se ne e’ parlato un po’ ovunque, tra cui su Leucophaea, e vi rimando li se volete notizie di prima mano.

Vorrei solo aggiungere che noi abbiamo di solito poche certezze, e che i ragni fossero tutti carnivori e velenosi era una di queste. Io non so come possa mai venire in testa ad un ragno, che per ironia della sorte si chiama pure Bagheera, di diventare vegetariano. No, peggio, vegan. No, peggio, fruttariano, come Steve Jobs, il presidente della Apple che, giustamente, mangia solo mele.

bagheera.jpg

Una Bagheera kiplingi mentre cerca di convincere una formica che la sua vera natura e’ di mangiare solo insalata. Fotocredit

Il ragno in questione disdegna dei succulenti cosciotti di mosca e preferisce cibarsi di escrescenze di foglie di acacia, sentendosi pure colpevole, visto che per farlo si nasconde alle formiche. Mi aspetto che faccia picchettaggi davanti agli allevamenti di afidi delle formiche e lotti a favore dei diritti dei bruchi infestati, contro le assassine e sanguinarie vespe parassitoidi. E che vada in giro la domenica mattina sulle ragnatele altrui a spiegare che le mosche fanno venire il colesterolo alto.

Sono contraria di solito alla estinzione delle specie, ma qualcuno sa se c’e’ modo di eliminare il ragno della LAC casomai faccia scuola e mi ritrovo le Tegenarie di casa a pascolare nell’insalata?

Published by tupaia on October 21st, 2009 tagged Aracnidi, Erbivori, deliri, comportamento | 25 Comments »

Tupaia e Darwin: quasi qualcosa in comune

Oggi ho ricevuto il mio indirizzo email ioz.ac.uk (che non credo usero’ mai).

Se zio Carlo fosse stato vivo, in quanto membro della ZSL, avrebbe avuto la stessa estensione nell’indirizzo di posta elettronica.

Nient’altro tra me e lui, sfortunatamente, oltretutto io i cirripedi li trovo noiosissimi.

Published by tupaia on October 19th, 2009 tagged evoluzionisti, annunci | 7 Comments »

Lo famo strano Parte IV: gli Eutheria (finalmente si parla di noi!)

Concludiamo (era ora!) questa rassegna sugli organi copulatori dei vertebrati parlando di un clade che ci riguarda molto da vicino, ovvero i mammiferi placentati, quelli che gli scienziati chiamano Eutheria (veri mammiferi) e i visitatori degli zoo chiamano semplicemente “gli animali”.

La parte noiosa riguardante l’anatomia e l’embriologia e’ stata gia’ trattata nella parte III,  quindi ora possiamo finalmente considerare in quali varieta’ di forme e dimensioni questi organi si siano evoluti nei mammiferi per assolvere il loro compito, che e’ semplicemente quello di garantire al maschio il maggior numero possibile di probabilita’ di essere il padre dei cuccioli. Va da se’, quindi, che l’etologia delle singole specie e’ determinante nell’evoluzione degli organi intromittenti poiche’ la vita solitaria o gregaria, la promiscuita’ o la fedelta’, la dominanza assoluta o relativa, la socialita’, la kin selection, l’intelligenza, l’aggressivita’, la territorialita’ sono tutti fattori che influiscono sull’evento chiave dell’evoluzione, che e’ l’atto riproduttivo dei singoli individui. Nei mammiferi placentati questo e’ tanto piu’ evidente in quanto questi animali sono in fondo quelli piu’ svincolati dal semplice comportamento roboticamente (e geneticamente) programmato e piu’ condizionati dalla loro notevole intelligenza. Come vedremo, questo e’ particolarmente vero nella nostra specie dove pene e cervello sono aumentati di dimensione di pari passo.

Prima pero’ di passare in rassegna i casi esemplari, concentriamoci un momento su un carattere bizzarro che rappresenta una novita’ (quasi) assoluta tra i vertebrati e cerchiamo di spiegarcela: molti mammiferi, infatti, hanno i testicoli posti esternamente al corpo, in una posizione invero piuttosto scomoda, che rende i preziosi gioielli di famiglia estremamente vulnerabili. I mammiferi in questione appartengono al gruppo dei Boreoeutheria, un clade polifiletico che comprende i Laurasiatera (gli animali evolutisi nel continente Laurasia, che rimase a nord quando la Pangea si spezzo’ in due) piu’ gli Euarchontoglires, che comprende tutti i vari roditori in senso lato (inclusi i conigli e le lepri) e tutti i vari primati in senso piu’ che lato (ci sono dentro anche le tupaie che, insomma, primati non sono): praticamente restano fuori solo gli Afrotheria dal che si deduce che la maggior parte dei mammiferi ha i testicoli esterni. Perche’ tutti questi animali hanno uno scroto posto esternamente? Masochismo? A fare eccezione tra i Boreoeutheria ci sono i mammiferi marini per ragioni di idrodinamicita’,  i rinoceronti, i tapiri, le cavie, tutti gli insettivori e i microchirotteri (pipistrelli) e gli Xenarthra. Questi animali hanno i testicoli discesi nella cavita’ addominale, ma interni. Gli Afroteria invece, come ad esempio gli elefanti, non hanno i testicoli discesi, che rimangono per tutta la vita ben in alto nella cavita’ addominale, vicino ai reni.

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Albero filogenetico dei mammiferi che mostra la posizione dei testicoli nei vari gruppi: in nero: testicoli esterni; in grigio: testicoli discesi, ma interni; in rosso: testicoli interni; in blu: marsupiali; in bianco: incertezza. Da: pharyngula.org

La spiegazione ufficiale sostiene che la posizione fuori dalla cavita’ addominale serva a mantenere i testicoli ad una temperatura leggermente inferiore rispetto a quella corporea: tutti gli eutheria hanno infatti una temperatura piu’ o meno costante che si aggira grosso modo intorno ai 37 gradi centigradi. A questa temperatura esterna, di 2-3 gradi inferiore a quella corporea, gli enzimi che attivano la spermiogenesi (la formazione degli spermatozoi) funzionerebbero meglio, consentendo una migliore produzione di gameti.

Ovviamente questa non e’ assolutamente una spiegazione perche’ non spiega come mai a) gli afroteria, i rinoceronti e tutti gli uccelli non hanno questa limitazione e b) come possono essersi evoluti enzimi inefficienti a lavorare alla temperatura corporea considerando il compito delicato di questi enzimi. Indubbiamente la gametogenesi a 37 gradi funziona male, ma questo e’ un effetto, piuttosto che una causa.

Diverse teorie sono state formulate per spiegare questa anomalia, riassunte in questo articolo e anche da P.Z Meyers

1) i testicoli esterni funzionerebbero come una coda di pavone, si riproducono quelli cosi’ forti da essere in grado di salvare i testicoli dagli scontri con gli altri maschi. I cercopitechi etiopi (Cercopithecus aethiops), ad esempio, hanno lo scroto di un bel celeste brillante che lo mette in evidenza alle femmine e ai competitori. I ratti o i cervi, tuttavia, hanno ben altri sistemi per comunicare il loro status sociale, e comunque hanno lo scroto esterno. Evidentemente la strategia riproduttiva poco c’entra con la posizione delle gonadi

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Cercopiteco etiope con lo scroto celeste. Foto da: namibian.org

2) i testicoli esterni funzionerebbero da frigorifero: la parte da refrigerare non sarebbero pero’ le gonadi ma l’epididimo, ovvero la riserva di spermatozoi prodotti via via tra un’eiaculazione e l’altra: stando al freddo, gli spermatozoi vivrebbero di piu’, massimizzando la quantita’ di gameti che viene rilasciata ad ogni evento riproduttivo. In specie coi testicoli interni infatti l’epididimo tende ad essere superficiale, ma cio’ non spiega perche’ cio’ non avviene in tutte le specie, in modo che le gonadi siano protette all’interno e solo l’epididimo sia fuori.

3) i testicoli freddi sarebbero il campo di addestramento reclute degli spermatozoi, un ambiente freddo ed inospitale in cui solo gli spermatozoi piu’ forti sopravvivono. Come dicono ai soldati inglesi, train hard, fight easy: gli spermatozoi sopravissuti, forti dell’esperienza dura all’interno dei testicoli (le donne con due fratelli maschi sanno com’e’ difficile vivere in mezzo ad un paio di coglioni) sarebbero piu’ preparati ad affrontare le difficolta’ delle impervie e misteriose vie genitali femminili. Resta pero’ da spiegare come mai nelle specie promiscue che praticano la competizione spermatica sarebbe conveniente favorire la qualita’ a dispetto della quantita’, o per cosa sarebbe conveniente avere un ambiente ostile in cui ospitare gli spermatozoi.

4) una temperatura piu’ calda farebbe aumentare il tasso di mutazione in queste cellule che si riproducono cosi’ velocemente. Il problema non sarebbe sentito dai gameti femminili poiche’ non si riproducono fuori dalla vita embrionale. Non si spiega pero’ come farebbero gli Afroteria a risolvere questo problema dell’aumentato tasso di mutazione.

5) L’antenato rettiliano comune aveva una temperatura interna piu’ bassa o irregolare, e a quella temperatura si sarebbero evoluti gli enzimi della spermiogenesi nei mammiferi. Quando poi, per accelerare il metabolismo, e’ salita la temperatura corporea, e’ stato necessario spostare i testicoli all’esterno in modo che rimanessero alla temperatura originaria ottimale, evidentemente perche’ la manovra era piu’ semplice che modificare gli enzimi (l’equilibrio sterico (cioe’ tridimensionale) degli enzimi e’ delicatissimo e non e’ detto che si trovi un’altra forma che funzioni altrattento bene). Quest’ultima sembra essere l’ipotesi piu’ credibile.

Se cosi’ e’, cioe’ che si tratti di un retaggio ancestrale, resta pero’ il fatto che la posizione esterna e’ scomoda. Si direbbe pertanto che l’evoluzione tenda via via col tempo ad internalizzare i testicoli, man mano che soluzioni al problema temperatura vengono inventate. Noi umani e gli altri mammiferi a testicoli esterni rappresenteremmo quindi il modello beta, o primitivo, della posizione dei testicoli. Gli insettivori hanno una temperatura corporea piu’ bassa e quindi anche se hanno i testicoli discesi possono permettersi di averli interni. I mammiferi marini, i rinoceronti, i tapiri e gli altri a testicoli discesi ma interni hanno risolto  il problema con quella che in termini tecnici si chiama una “rete mirabile arteriosa”, cioe’ uno scambiatore di calore fatto di capillari sanguigni, un radiatore, insomma, intorno alle gonadi per tenerle fredde nonostante siano all’interno. Per quanto riguarda gli Afroteria, sono brillantemente riusciti a risolvere il problema degli enzimi e conservano gelosamente i testicoli dal lato dorsale della cavita’ addominale e rappresentano il modello di punta dell’evoluzione dei mammiferi (chi e’ che dice che noi umani siamo il punto finale dell’evoluzione? Quelli del disegno intelligente? Si, tutto torna, in effetti).

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I testicoli degli Afrotheria non sono discesi nella cavita’ addominale. Foto: elephanttag.org

Ed ora cambiamo leggermente argomento e veniamo ad una questione spinosa per noi umani, quella delle dimensioni. Secondo uno studio dell’Universita’ di Firenze, le dimensioni medie di un pene umano in erezione di un maschio italiano si aggirano intorno ai 12.5 cm (9 cm a riposo), con una circonferenza di 10 cm. Secondo vari studi americani invece le dimensioni medie del pene di un maschio americano sono sui 6 pollici (15 cm). Comunque c’e’ una proporzionalita’ diretta con le dimensioni corporee e gli americani sono mediamente piu’ grossi. In ogni caso, c’e’ poco da abbattersi: gli esseri umani hanno comunque il pene piu’ grande tra i primati. Un gorilla, il piu’ grande tra i primati, ha un pene di circa 5 cm, uno scimpanze’ lo ha circa il doppio di un gorilla. Il motivo per cui noi umani abbiamo il pene piu’ grande e’ quello per cui ci siamo presi tanta briga di misurarlo (adesso pero’ mettetelo via quel righello): nella nostra specie, fondamentalmente monogama ma con una certa tendenza alla poliginia e alla promiscuita’, il pene viene esibito come una coda di pavone: l’erezione prolungata (ok, tre minuti in media, ma insomma…) di un pene grande grazie alla sola spinta idrodinamica e’ faticosa e chi ci riesce ha geni abbastanza buoni da assicurarsi una discendenza: le disfunzioni erettili infatti avvengono molto facilmente, ovunque ci siano problemi fisici e/o psicologici. Cio’ permetterebbe alle femmine della specie di selezionare i maschi piu’ sani per mettere al mondo i figli. Il gorilla, poligamo, ha altri modi di dimostrare la propria forza al suo harem, (ad esempio lottando con gli altri maschi), e quindi non ha bisogno di un pene grande. Lo scimpanze’, strettamente promiscuo, ha bisogno di un pene relativamente grande ma non avendo il problema di essere scelto come unico partner da una femmina non si deve preoccupare troppo per le dimensioni.

In termini assoluti, il mammifero con il pene piu’ grande e’ la balenottera azzurra, di cui e’ stato rinvenuto un individuo con un pene di 2.4 m (l’animale piu’ grande rinvenuto era 32.9 m, il che significa un rapporto di 1:13.71; se l’altezza media degli italiani e’ 174 cm, il rapporto col pene e’ 1: 13.92, quindi in termini relativi i maschi umani sono leggermente piu’ dotati delle balenottere azzurre). In termini relativi, l’animale piu’ dotato e’ pero’ l’elefante, che ha un pene di circa 2 m in erezione per un massimo di 4 m di altezza al garrese (guardate qui se volete stupirvi). Complessivamente, gli artiodattili e i perissodattili (gli erbivori) sono piuttosto ben dotati e senza bisogno di strutture di sostegno, ma cio’ si spiega anche con la posizione del maschio durante la copula e col rischio di beccarsi un calcio dalla propria partner se lei non dovesse essere convinta, per cui meglio rimanere un po’ a distanza. I cetacei anche sono complessivamente ben dotati, e in piu’ hanno anche il pene capace di muoversi come se fosse un arto extra: tutto cio’ e’ dovuto alla necessita’ di portare avanti la copula senza afferrare la femmina, non avendo zampe disponibili allo scopo. Interessante sottolineare che nei cetacei la copula avviene faccia a faccia, come negli umani.

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Due maschi di balena grigia corteggiano una femmina con il pene esteso nella Laguna San Ignacio, California

I roditori, complessivamente, sono messi maluccio in termini assoluti,  ma molto bene in termini relativi comparando con le dimensioni corporee, al punto che genericamente vi e’ sempre un osso penico di sostegno (chiamato baculum in termini tecnici). Cioe’ e’ dovuto alla competizione spermatica e tutte le specie di roditori dove c’e’ promiscuita’ hanno anche dei peni relativamente molto lunghi, in modo da facilitare la strada ai propri spermatozoi. Il John Holmes dei roditori sembra che sia il piccolissimo topolino delle risaie occidentale (Reithrodontomys megalotis) : se e’ vero che il suo pene e’ lungo appena 7-8 mm, e’ anche vero che e’ circa un decimo delle dimensioni del topolino, che quindi risulta molto piu’ dotato dell’italiano medio. Rallegratevene, significa che negli esseri umani la competizione spermatica non e’ un fattore rilevante e quindi che le femmine umane tendono a rimanere fedeli al proprio partner. Tra gli insettivori, i superdotati sono i pipistrelli, anche loro affranti dall’annoso problema di avere femmine promiscue e dalla competizione spermatica con gli altri maschi.

Tra i carnivori, anche loro tutti dotati di baculum, le dimensioni sembrano essere legate al clima: salendo di latitudine, gli animali tendono ad essere piu’ dotati rispetto a quelli che vivono in climi piu’ miti.

Parlando di baculum, e’ doveroso fare una parentesi. Nei mammiferi si riscontrano prevalentemente tre meccanismi di erezione:

1) vascolare

2) fibroelastico

3) vascolare con os penis

Il meccanismo vascolare e’ quello che accade nella specie umana (ma non in molti altri primati) e in poche altre specie come i conigli, i cavalli e i tapiri. I corpi cavernosi hanno cavita’ molto grandi che si riempiono di sangue e cio’ consente l’espansione e l’irrigidimento, contando anche su una tonaca albuginea (lo strato fibroso di rivertimento) molto elastica. Cio’ consente una grande estensione dell’organo durante l’erezione, ma risulta molto faticosa dal punto di vista energetico, dato che non vi sono muscoli o ossa che aiutano a mantenere l’erezione: il meccanismo e’ puramente idrostatico, e di solito di breve durata. L’eiaculazione avviene in risposta sia a stimolti pressori che di temperatura. Nelle femmine il clitoride e’ dotato di analoghi corpi cavernosi erettili.

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Schema che compara i genitali umani con quelli di un delfino, che ha testicoli interni ma discesi e pene fibroelastico. Da: home.inreach.com

Il meccanismo fibroelastico e’ comune a tori, giraffe, delfini, tutti i cetartiodattili, insomma. I corpi cavernosi sono piccoli, l’organo quindi si espande poco e la rigidita’ e’ dovuta principalmente alla spessa tonaca albuginea, lo strato fibroelastico, appunto, che riveste l’organo. L’eiaculazione avviene solo in risposta a stimoli di temperatura. L’erezione avviene grazie al rilassamento di un muscolo detto muscolo ritrattore: dal momento che il pene non cambia molto le sue dimensioni, e’ di solito accomodato dentro la cavita’ addominale formando una sigmoide o un’ansa circolare e il rilassamento del muscolo retrattore consente il raddrizzarsi della curva e la fuoriuscita del pene per circa 2/3 della sua lunghezza. Il muscolo retrattore viene usato anche da altri animali senza pene fibroelastico come le cavie o i carnivori, anche se in questi animali e’ meno sviluppato.

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Pene del topo americano Peromyscus maniculatus. Si noti la posizione del baculum. Da: Hooper.  1958.  Mus. Zool. Univ. Mich. Misc. Publ. 105, Tratto da: csus.edu

Tutti gli altri animali, ovvero la maggior parte (roditori, pipistrelli, carnivori, primati) hanno un pene vascolare dotato di baculum, detto anche os penis o osso penico. Questa struttura corre lungo tutto il pene o, laddove e’ ridotta, come nei gorilla, e’ situata nel glande: di solito infatti e’ sempre accompagnata da un glande bulboso all’estremita’ del pene, dotato di corpi cavernosi che si gonfiano molto e circondano il baculum sin dalle prime fasi dell’erezione. Cio’ consente l’intromissione anche quando il pene non e’ ancora completamente eretto ed e’ tipico, di solito, di quegli animali in cui la copula e’ “mordi e fuggi”, ovvero veloce e frequente. Nei cani l’ingrossamento del glande bulboso corrisponde ad un’analogo spazio nella vagina femminile ed e’ responsabile del tipico “incastro” che avviene tra i due partner. Il baculum piu’ grande del regno animale appartiene al tricheco e puo’ arrivare ad una lunghezza di 60-70 cm. Sicuramente la bestia ha bisogno di un qualche supporto, dato che gli tocca accoppiarsi anche 250 volte nell’arco di 4 giorni (che fa circa 60 volte al giorno!). Spesso il clitoride femminile ha una struttura analoga al baculum chiamata “baubellum”.

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Struttura “a cavatappi” del pene del maiale. Da: ucd.ie

Per quanto riguarda le “performances”, gli animali col pene fibroelastico, con qualche eccezione, hanno un coito molto rapido con pochi o niente movimenti pelvici. Nei tori, cervi, antilopi, pecore, capre, giraffe ed okapi il coito varia tra i 2 e i 5 secondi, e nei cetacei tra i 10 e i 30 secondi. Tuttavia nei lama e nei cammelli dura una decina di minuti. Nei maiali, per massimizzare l’incastro e la durata della copula (che infatti dura in media 6 minuti), il pene ha la forma di un cavatappi destrorso, e la vagina femminile una forma corrispondente. Il maschio comunque non avvita niente, ma forza i bordi delle spire nella vagina femminile sino a rimanere incastrato. Se decidete di innamorarvi di un cinghiale, come questo signore, tenete questo dettaglio bene a  mente perche’ potrebbe salvarvi da un sacco di guai. Il coito piu’ rapido in un animale con un pene puramente vascolare appartiene al cavallo (da 30 secondi a 3 minuti). Gli animali con osso penico sono anche loro relativamente veloci. Fanno eccezione i canidi, che impiegano anche una ventina di minuti. Deludenti i bradipi, che con la loro lentezza non ci impiegano piu’ di un quarto d’ora, pero’ lo fanno faccia a faccia. In ogni caso, molti animali con osso penico e competizione spermatica si inventano spesso delle decorazioni con uncini o altro per prolungare la copula. Nei gatti ad esempio un’estensione cartilaginea del baculum forma un anello spinoso intorno al glande.

Spero che questo excursus sia stato interessante per voi da leggere come lo e’ stato per me scriverlo. Se volete una versione seria da mostrare per puri intenti scientifici, Pikaia sta ripubblicando l’intera serie  epurata dalle battutine wink-wink, nudge nudge, il che sicuramente mi fa fare una figura migliore.

Published by tupaia on October 18th, 2009 tagged anatomia, evoluzione, mammiferi | 16 Comments »

Lo famo strano Parte III: Monotremi assatanati e Marsupiali col bifido attivo

I mammiferi, tutti indistintamente, si riproducono per fecondazione interna e di conseguenza il loro apparato riproduttore maschile ha grosso modo sempre la stessa struttura di base:

1) un paio di testicoli, che possono essere esterni, come nel caso dei primati o dei carnivori (boreoeuteri terrestri), o interni (della posizione se ne parlera’ in seguito);

2) vasi efferenti, che si raccolgono a formare l’ epididimo intorno ai testicoli, dove il liquido seminale matura, e vasi deferenti, che portano lo sperma verso l’esterno durante l’eiaculazione. In tutti i mammiferi i vasi deferenti confluiscono nella porzione terminale dell’uretra, adattamento convergente con gli animali dotati di cloaca come rettili e uccelli per cui nei maschi dei mammiferi, ma non nelle femmine, liquido seminale e urina fuoriescono dalla stessa apertura.

3) tre set di ghiandole che formano il medium adatto per la sopravvivenza e il cammino degli spermatozoi lungo le vie genitali femminili: vescicole seminali, prostata e ghiandole bulbouretrali

4) un organo intromittente (pene) al cui centro passa l’uretra circondata dal corpo spugnoso (mentre negli altri amnioti, ad eccezione dei serpenti e delle lucertole, il canale che porta lo sperma e’ una grondaia esterna); e’ dotato di: a) ben due corpi cavernosi (una sola struttura erettile negli altri amnioti) che consentono l’aumento di volume dell’organo in erezione; b) di fibre collagene a strati alterni che conferiscono rigidita’;  c) a volte,  di un osso penico (baculum) per aumentare ulteriormente la rigidita’, di cui si parlera’ nel prossimo post; d) spesso, di ornamentazioni interessanti per trattenere la femmina e/o aumentare la durata della copula; e) una porzione terminale allargata ed erettile detta glande. Il pene dei mammiferi non deriva, dal punto di vista embriologico, dalla cloaca, che non esiste piu’, ma da connettivo posto tra l’ombelico e l’ano. Per un certo punto della vita embriologica di un mammifero, tuttavia, l’uretra e’ a grondaia sulla superficie ventrale. La mia prof di embriologia diceva che l’embriogenesi ripercorre la filogenesi, ma non mi sembra sia questo il caso.

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Questa la struttura di massima. Esistono pero’ notevoli variazioni in base ai gruppi, e molteplici differenze anche all’interno dei vari gruppi. Ricordo che nella classe dei mammiferi esistono tre ordini: i monotremi, i marsupiali e i placentati; vediamoli in rassegna.

I monotremi superstiti sono le quattro specie di echidna e l’unica specie di ornitorinco e mi sono sempre chiesta che ci fanno tra i mammiferi, visto che fanno le uova. Si, ok, allattanechidna.JPGo e sono pelosi, ma non hanno neanche le ghiandole mammarie che danno il nome al clade. Comunque, non importa. La parte interessante in questo contesto e lo stranissimo (come se non bastasse il resto) pene dell’echidna, dotato di ben quattro (!) punte sul glande, laddove la femmina ha solo due vagine. Unici tra i mammiferi, i monotremi hanno la cloaca come i rettili e all’interno di questa cloaca vi e’ il pene, esattamente come accade per rettili ed uccelli, che viene estroflesso solo durante la copula; ovviamente embriologicamente il pene deriva dalla cloaca. Le somiglianze tra monotremi e rettili sono moltissime e impressionanti, per questo qualcuno parla (impropriamente ed erroneamente) di anello di congiunzione tra rettili e mammiferi; io ho una mia idea su cosa sono i monotremi, ma la ometto perche’ e fuori luogo in questo contesto.

Comunque sia, i conti non tornano: quattro terminazioni del pene su un tronco unico, e due vagine. Come mai? Per un lungo periodo di tempo e’ rimasto un mistero. Le elettrostimolazioni applicate alle povere bestie per cercare di indurre l’eiaculazione non servivano, tutto quello che si riusciva ad ottenere era che il pene con tutte e quattro le punte a “rosetta” si ingrandisse enormemente, al punto di non entrare nelle vagine femminili. Ancora una volta e’ un carattere rettiliano a spiegare l’enigma, grazie ad un maschietto di echidna particolarmente… porcello, di uno zoo australiano. Questo esemplare diciasettenne infatti esibiva d’abitudine erezioni quando veniva manipolato per esibizioni davanti al pubblico e venne allora condizionato dai keeper ad arrivare all’eiaculazione. Steve Johnston dell’Universita’ del Queensland ha dimostrato, studiando questo animale, che il pene dell’echidna, che e’ lungo ben un quarto del corpo dell’animale,  si comporta come quello dei serpenti, ovvero e’ duplice e ogni emipene viene usato alternativamente. In questo caso pero’ i due emipeni dei serpenti sarebbero fusi nel pene unico dell’echidna, ma rimangono “biforcuti” all’estremita’. Ogni estremita’ a sua volta e’ biforcuta per consentire la doppia penetrazione nelle due vagine femminili

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Come masturbare un’echidna. Si noti lo “shut-down” progressivo delle due terminazioni a sinistra. Foto da: Johnston et al (2007)

In pratica, ad ogni atto sessuale o le due punte di destra o le due di sinistra, alternativamente, ruotando in posizione centrale, penetrano la femmina, mentre le altre due scompaiono.  Ogni femmina di echidna e’ seguita da un treno di anche 11 maschi in fila indiana, col dominante avanti. Con tanta competizione, la possibilita’ di paternita’ e’ difficile. Di conseguenza, tocca agli spermatozoi lottare per gli ovuli (competizione spermatica). Cio’ e’ reso possibile dall’aggregazione degli spermatozoi in fasci che nuotano con un battito coordinato conferendo una grande velocita’ ai gameti. La copula in se dura anche molto, dai 30 minuti alle tre ore, per dare tempo agli spermatozoi di arrivare a destinazione. Tutta la mia solidarieta’ all’undicesima echidna. Tra l’altro, le ghiandole accessorie che facilitano la vita agli spermatozooi nelle echidne sono poco o niente sviluppate per cui i fasci spermacici servono anche a proteggere gli spermatozoi centrali dall’acido delle vie genitali femminili. I testicoli dei monotremi sono interni al corpo e posizionati nella cavita’ addominale, come accade per rettili ed uccelli.

Per quanto riguarda l’ornitorinco, poche informazioni sono disponibili. Il pene comunque dovrebbe avere solo due punte, anche in considerazione del fatto che nella femmina una sola ovaia, la sinistra, e’ funzionale, mentre la destra degenera un po’ come accade negli uccelli.

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L’apparato riproduttore maschile dei marsupiali e’ condizionato dall’anatomia femminile, com’e’ logico aspettarsi. Dalle due ovaie si dipartono due uteri connessi a due vagine, messe in comunicazione da un canale centrale attraverso il quale passa l’embrione al momento del parto. Essendoci quindi due uteri, e’ necessario fertilizzare entrambe le vagine, ed e’ quindi necessario avere due peni allo scopo, o meglio un unico pene biforcuto con un’uretra in ogni terminazione. A prima vista quindi il pene dei marsupiali ricorda quello biforcuto di alcuni serpenti ma a differenza di questi entrambe le terminazioni vengono usate contemporaneamente. Tutti i marsupiali sudamericani e molti di quelli australiani hanno il pene bifido; nei koala e nei wombat e’ solo parzialmente suddiviso; i macropodidi invece (canguri vari, wallabies, bettong, potoroos, canguri arboricoli e pademelons) hanno  il pene unico come e’ accaduto per evoluzione convergente nei mammiferi placentati; infine, il possum del miele, Tarsipes rostratus, non ha neanche il glande.

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Genitali maschili di un opossum americano: la coda e’ a destra, la pancia a sinistra; si noti lo scroto in posizione anteriore rispetto al pene, e il glande bifido. Foto: life.umd.edu

I testicoli sono generalmente all’interno del corpo dell’animale nei marsupiali piu’ piccoli, ma nei canguri, di solito, i testicoli sono posti esternamente alla cavita’ addominale in uno scroto. A differenza dei mammiferi placentati, tuttavia, lo scroto e’ posto anteriormente al pene: se vi sembrava che i vostri testicoli fossero in una posizione scomoda, pensate quindi al canguro grigio (quello tipico australiano) quando salta e smettete di lamentarvi. Nel ratto-canguro muschiato, addirittura, una estensione posteriore dell’epididimo, separata da una strozzatura dal resto del contenuto dello scroto, ha l’apparenza di un secondo scroto dietro il pene.

Un problema sicuramente, ma niente in confronto ai problemi dell’antechino marrone (Antechinus subropicus), che spende talmente tante energie alla ricerca di una femmina, nella lotta con gli altri maschi, nella copula che dura 12 ore, che muore poco dopo, soccombendo anche all’innunodepressione indotta dallo sbilanciamento ormonale: per quando tutte le femmine in media sono incinte, non ci sono piu’ maschi in giro. ancora una volta, noi umani abbiamo poco di cui lamentarci.

Ok, sta diventando una soap opera, me ne rendo conto, ma l’ora e’ tarda e dei mammiferi placentati si parlera’ nella prossima (e spero ultima) puntata.

Published by tupaia on October 11th, 2009 tagged anatomia, marsupiali, mammiferi | 28 Comments »

Lo famo strano Parte II: I rettili

Come preannunciato nella parte I di questo post a puntate, continuamo ad indagare l’anatomia e l’evoluzione degli organi copulatori dei vertebrati. Nella puntata precedente abbiamo visto gli adattamenti degli squali, dei pecilidi, delle rane con la coda e delle cecilie, per quanto riguarda i vertebrati acquatici, poiche’ sono gli unici dotati di una struttura funzionalmente analoga ad un pene. Abbiamo poi iniziato a stupirci con un gruppo degli amnioti, gli uccelli. Per dovere di cronaca, gli amnioti attualmente esistenti sono gli uccelli, i rettili e i mammiferi. Sorprendentemente, i peni di tutti questi amnioti mostrano incredibili somiglianze strutturali: cilindri di carne flessibili e incospicui (i signori non si allarmino per questo termine, noi umani siamo un’eccezione esibizionista), e contengono uno scheletro idraulico che si riempie di liquido prima della copula, il che ne aumenta le dimensioni e la rigidita’.

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Diagramma che illustra la sezione trasversa degli “organi intromittenti” dei vari amnioti: da sinistra in alto, in senso orario: tartaruga, uccello (nel senso di aves, ovviamente), serpente e mammifero. Sebbene tutte le strutture siano idrostatiche, con uno spazio vascolare (VS) centrale circondato da membrana tensile (TM), la differenza in sezione trasversale resta evidente. Disegno da:  pharyngula.org

Considerando quindi che l’anatomia riproduttiva dei rettili non e’ dissimile dalla nostra, se qualcuno si sentisse offeso da immagini o termini espliciti smetta di leggere adesso. Non ci saranno altri avvertimenti.

Gli apparati riproduttori dei rettili riservano quindi delle sorprese che non ci si sarebbe mai aspettati da questi animali torpidi e cosi’ dissimili da noi, e per prima cosa e’ importante sottolineare che tutti i rettili sono a fecondazione interna, anche se con differenti modalita’. Sulla base di queste modalita’ possiamo distinguerli in tre gruppi principali, gruppi che non tengono conto delle loro parentele cladistiche ma solo delle particolarita’ anatomiche degli organi riproduttori:

1) Gli sfenodonti, ovvero i tuatara, che si riproducono tutti tramite contatto tra la cloaca maschile e quella femminile (bacio cloacale) perche’ forse hanno  perduto gli organi copulatori nel corso della loro evoluzione, povere bestie, affiancando il triste destino degli uccelli senza… uccello o forse non ne hanno mai evoluto uno, e pertanto non saranno menzionati ulteriormente in questo post.

2) I coccodrilli e le tartarughe, che hanno un pene unico che deriva dal pavimento ventrale della cloaca, esattamente come negli uccelli

3) Gli squamati (lucertole e serpenti), che hanno due emipeni che derivano dalle pareti laterali della cloaca.

Riguardo l’origine di queste strutture, se e’ pur vero  che sono simili e condivise da molti amnioti, il che fa pensare ad un antenato comune provvisto di pene che poi e’ andato perso in alcuni cladi (carattere plesiomorfo, omologo), e’ anche vero che l’origine embriologica e’ differente, il che fa pensare evoluzioni indipendenti (carattere analogo per evoluzione convergente). Attualmente questa e’ l’ipotesi piu’ favorita: il pene si e’ evoluto indipendentemente in tutti questi animali, e la somiglianza e’ solo un’inquietante omologia.

 

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Non pensate a male: si tratta dell’organo intromittente di un coccodrillo! Foto

Il pene dei coccodrilli (inclusi gaviali, alligatori etc) e’ impressionantemente simile a quello umano, solo decisamente piu’ piccolo e leggermente compresso ai lati, ma con una struttura a tronco di cono all’estremita’, comparabile al nostro glande. Cosi’ apparentemente simile, che e’ stato dato in pasto ad una celebrity americana in un reality show per metterla alla prova. Non aggiungero’ altri commenti, ma pare che la prova sia stata superata senza troppi problemi. Un coccodrillo di 3-4 m, comunque, ha una capacita’ di intromissione (lunghezza del fallo) di 8-9 cm, non molto ma e’ tutto quello che gli serve. Anche la sua compagna ha una struttura simile, un clitoride, solo 3-4 volte piu’ piccolo. Entrambi gli organi, a riposo, sono ospitati all’interno della cloaca, l’orifizio in cui convergono apparato escretore, riproduttore e digerente. Una differenza sostanziale tra coccodrilli e mammiferi consiste tuttavia nel fatto che lo sperma non scorre all’interno di un canale circondato dalle strutture erettili, i corpi cavernosi, ma in una grondaia sulla superficie dorsale dell’organo, esattamente come accade negli uccelli: lo sperma, secreto dai testicoli e portato dai vasi deferenti, sgocciola nella cloaca lungo la grondaia durante la copula. Anche il clitoride ha una grondaia simile, ma solo perche’ le femmine hanno quel set di geni e non ha senso fare grosse modifiche: tanto alla fine la grondaia femminile non e’ funzionale. L’erezione avviene tanto per riempimento di sangue dei corpi cavernosi che per la contrazione di appositi muscoli. Ricordo che i coccodrilli sono ora considerati un sister-taxon degli uccelli, e non delle tartarughe, con cui non hanno niente a che spartire da oltre un centinaio di milioni di anni.

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Le tartarughe, nella loro lentezza e placidita’ tantrica, sono molto, molto, molto, molto piu’ dotate dei loro lontani cugini coccodrilli, arrivando il loro organo copulatore anche a meta’ della lunghezza del piastrone, in alcune specie. Il pene delle tartarughe e’ di color viola scuro o nerastro (mentre e’ delicatamente rosato nei coccodrilli) e con delle inquietanti espansioni laterali in corrispondenza del glande, che termina a punta. All’interno e’ suddiviso in un corpus fibrosum, di collagene, che da’ rigidita’, e in un corpus spongiosum, ipervascolarizzato e responsabile dell’aumento in dimensioni: in erezione il pene aumenta del 50% le proprie dimensioni, il che fa pensare che l’organo sia grande anche a riposo e ben ripiegato sul pavimento ventrale della cloaca. Anche nel caso delle tartarughe vi e’ una grondaia dorsale in cui scorre lo sperma. L’erezione e’ dovuta, oltre che al riempimento del corpo spugnoso, alla contrazione di un muscolo retrattore agganciato alle vertebre lombari, il che suggerisce una copula di notevole durata (almeno un’ora per diverse specie). Le fibre collagene sono disposte a strati alterni longitudinali e trasversali, analogamente a quanto accade nei mammiferi. Comunque, al di la’ dei dettagli anatomici, il dubbio e’ questo: che se ne fa una tartaruga di un pene cosi’ sproporzionatamente grande? Alcune tartarughe (ad esempio Terrapene carolina), secondo quanto riportato qui, sono state osservate mentre in assenza di femmine o di altri stimoli si alzano sulle posteriori con il fallo in erezione, ripetendo anche diverse volte questo gesto. Cio’ ha fatto pensare ad alcuni ad un comportamento dimostrativo. Cosa cerchino di dimostrare, poi, se potenza sessuale alle femmine o intimidazione verso potenziali predatori, resterebbe da chiarire. Sicuramente la vista di un fallo di 8 cm, nero e appuntito in una tartaruga di 20 cm e’ una visione alquanto sconcertante per chiunque. La mia impressione tuttavia e’ che un pene grande serva semplicemente per intromettersi dentro una cloaca corazzata dal guscio, operazione che ad esempio nelle tartarughe terrestri nord Americane (Terrapene sp.) richiede che il maschio si alzi in piedi sulle posteriori e poi si inclini all’indietro in una posizione tutt’altro che comoda. Si capisce anche come la povera bestia debba esercitarsi per non cadere all’indietro nel momento cruciale, rendendo la masturbazione un esercizio necessario.

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Foto da: Tetrapod zoology

Gli emipeni degli squamati (lucertole, serpenti) sono invece degli organi veramente bizzarri che poco assomigliano agli organi riproduttori dei mammiferi. Ciascun emipene e’ collegato ad un testicolo tramite un vaso deferente, e le due strutture non sono collegate tra loro in nessun modo. I maschi usano i due emipeni alternandoli, in modo da avere sempre una “ricarica” di sermatozoi freschi a portata di mano. Non e’ chiaro invece se le femmine abbiano qualche tipo di lateralizzazione, ovvero se preferiscano un lato piuttosto che un altro (”che c**** vuoi oggi?”). Alcuni emipeni sono a loro volta biforcuti, come quello del colubride africano Pseudaspis cana, che da’ l’impressione che ci siano ben quattro emipeni.

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Emipeni biforcati. Foto:  Bushviper

Questi emipeni, che derivano dalle pareti laterali della cloaca, sono praticamente dei calzini rovesciati quando sono in erezione: durante l’estroflessione si capovolgono da dentro a fuori. Ogni specie ha delle diverse ornamentazioni sul pene costituite da spine, calici, bozzi, tasche, spicole e infiorettature varie che a volte danno agli emipeni dei meravigliosi aspetti floreali, anche considerando il colore tra il rosa e il fucsia, passando per il viola. La funzione di queste ornamentazioni e’ trattenere la femmina durante la copula, e prolungarla, senza nessun intento esibizionistico: piu’ gli emipeni hanno ornamentazioni, piu’ dura la copula, e piu’ il maschio si garantisce la paternita’ in specie piu’ competitive. Gli accoppiamenti di lucertole e serpenti sono infatti spesso molto competitivi e di breve durata. Le iguane marine, ad esempio, lottano in un lek tra maschi e il vincitore si accoppia, per non piu’ di tre minuti a femmina. Un maschio perdente pero’ ha ancora la possibilita’ di riprodursi: pre-eiaculano e mantengono lo sperma nei sacchi degli emipeni (come venire nelle mutande) in attesa di avere l’opportunita’ di trasferire lo sperma con un lesto colpetto ad una femmina di passaggio. Poco soddisfacente ma permette di trasmettere i propri geni.  Le femmine di molti rettili hanno la capacita’ di ritenere lo sperma nel prorpio corpo per mesi o anche per anni. La femmina di varano di komodo che qualche anno fa ha deposto le uova allo zoo di Londra, ad esempio, era venuta in contatto con un maschio l’ultima volta in Francia diversi anni prima. Mi vengono i brividi a pensare di chiedere ad un varano di Komodo di mostrare i suoi emipeni per la scienza, ma comunque anche lui deve vederli raramente, se le femmine possono conservare lo sperma cosi’ a lungo.

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 Le due “infiorescenze” sono gli emipeni di un serpente. Foto: Lewis Caraganis

Per concludere questa sezione, c’e’ un’ultima domanda a cui rispondere: e i dinosauri? Non sono rettili, certo, ma sono amnioti, quindi la domanda non e’ peregrina. Il problema e’ che non abbiamo idea neanche se avessero un pene o se utilizzassero il “bacio cloacale”, o se dipendeva dalle specie. Guardando la filogenesi, ci accorgiamo che i due parenti piu’ prossimi dei dinosauri sono i coccodrilli, che hanno un pene, e gli uccelli (che poi sono dinosauri) che forse lo hanno perduto secondariamente, considerando che alcune specie lo hanno. Mi azzarderei a buttarla li che i dinosauri non fossero esattamente dei macho superdotati, e che se avevano un fallo questo era interno alla cloaca, ma sono certa che potendo controllare mi imbatterei di nuovo in una incredibile varieta’. Non mi sento quindi di escludere che un T. rex non avesse dei sorprendenti “assi nella manica”da mostrare alla sua compagna.

Se questa seconda parte non vi e’ sembrata sufficientemente porno, potete sempre sperare di rifarvi alla prossima, che trattera’ degli organi copulatori dei mammiferi

Published by tupaia on October 8th, 2009 tagged anatomia, Cheloni, Tartarughe, rettili | 15 Comments »

Lo famo strano Parte I: una rassegna degli organi copulatori dei vertebrati

Data l’importanza della fertilizzazione interna per assicurarsi la certezza della paternita’ della progenie e la trasmissione dei propri geni, l’evoluzione sembra essersi sbizzarrita in questo settore come in nessun altro: gli organi copulatori maschili si sono evoluti molte volte indipendentemente nel corso dell’evoluzione e con la piu’ sfrenata diversita’ di forme e dimensioni.

Non e’ quindi con l’ottica del voyeur zoofilo che vorrei che fosse letto questo post, ma con quella dell’evoluzionista che riesce ancora a stupirsi della incredibile (e perversa, ammettiamolo) fantasia della natura. Ho dovuto restringere il campo ai vertebrati per ragioni di semplicita’ e brevita’, ma cio’ , beninteso, non significa certo che gli invertebrati siano da meno.

Tra i vertebrati i pesci, bisogna ammetterlo, non sono noti per le loro capacita’ amatorie, preferendo di solito la riproduzione esterna, dato che hanno l’acqua a fare da mezzo di trasporto per le cellule della riproduzione, i gameti. Il sistema tuttavia e’ svantaggioso perche’ non solo non elimina la difficolta’ di cercare e corteggiare un partner, ma richiede anche la dispendiosa produzione di un numero altissimo di uova e spermatozoi. Se non altro pero’ elimina il problema di fondo, che consiste nel convincere una femmina riottosa, poco intelligente e poco collaborativa a stare ferma durante il “rifornimento in volo”, e quindi, con un paio di eccezioni, viene preferito.

Laddove tuttavia le femmine hanno evoluto viviparita’, cioe’ ritengono gli embrioni nel proprio corpo per proteggerli e nutrirli, i maschi hanno dovuto evolvere un pene per non doversi affidare al caso e garantirsi la paternita’ dei pochi embrioni. Cio’ e’ avvenuto in diversi casi esemplari tra i pesci, in maniera indipendente e adottando la stessa soluzione all’annoso problema: da quale parte del corpo evolvere le tubature per il trasferimento dello sperma? La risposta a quanto pare e’ sempre la stessa: dalle pinne anali, le stesse da cui derivano le nostre gambe.

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 Claspers © George Burgess. Foto: flmnh.ufl.edu

Tutti i condroitti, cioe’ i pesci cartilaginei come squali e razze, hanno un pene anche se non tutti sono vivipari (ma evidentemente lo era l’antenato comune, oppure sto confondendo la causa con l’effetto e l’evoluzione di un pene puo’ portare alla viviparita’). Ad essere precisi gli squali non hanno un pene, ma ben due emipeni (in termini tecnici, pterigopodi), per via che le pinne anali sono due e si sono solo modificate, e sono permanentemente rigidi. Sul lato interno di ciascun emipene  c’e’ una specie di grondaia e al momento della copula i due emipeni entrano singolarmente o si possono unire facendo combaciare le grondaie e formando un solo organo dotato di un canaletto entro cui scorre lo sperma. Gli emipeni in inglese si chiamano “clasper” (afferratore), ma il nome e’ scorretto dato che non servono a tener ferma la femmina durante la copula, che in realta’ spesso somiglia piu’ ad uno stupro di massa che ad un atto d’amore. Per tener ferma la sventurata femmina i maschi le afferrano le branchie coi denti e molto spesso le lasciano profonde ferite che cicatrizzano vistosamente. Le chimere invece, un gruppo che si e’ separato molto presto dal resto degli squali e che depone le uova, hanno un terzo clasper retrattile sulla fronte, e forse neanche questo serve davvero a tener ferma la femmina. Mi vengono in mente almeno una decina di battute che si potrebbero fare, ma le risparmio per decenza.

Il secondo gruppo di pesci superdotati (o, se non altro, dotati, a differenza degli altri) e’ quello dei Poeciliidae, che comprende i guppy, i platy e i black molly, pesci d’acqua dolce e calda comunissimi nelle vasche degli acquariofili dilettanti, ma anche le gambusie che si usano nella lotta alle zanzare. Tutti i pecilidi americani sono vivipari (la madre provvede anche nutrimento per l’embrione) e a fecondazione interna, mentre tutti quelli africani sono ovipari e a fecondazione esterna. In questi pesci la pinna anale alla puberta’ si modifica: il terzo, quarto e quinto raggio si allungano moltissimo, gli altri raggi si accorciano e le due pinne si uniscono formando un gonopodio, una struttura tubolare che ha sia forma che funzioni di pene ed e’ in contatto con i vasi deferenti che portano lo sperma dai testicoli. Mi divertivo a osservare i guppy che avevo in acquario, dato che questi pesci sono dei veri e propri maniaci dei giardinetti, gli manca solo l’impermeabile: appena passava una femmina il gonopodio veniva eretto e portato in avanti, o lateralmente, puntando verso la femmina. Degli uncini terminali fanno si che l’aggancio regga anche se l’acqua e’ turbolenta, e lo sperma viene trasferito: basta che la femmina resti ferma accanto al maschio pochi secondi. Come compenso per la velocita’, il gonopodio dei pecilidi puo’ essere lungo anche meta’ della lunghezza totale del corpo del maschio. Anche i pesci delle famiglie Anablepidae, Goodeidae e Cottidae hanno il gonopodio che usano come organo copulatorio, e tutte le volte sembra si sia evoluto indipendentemente: come dire che la necessita’ crea l’organo. I Poeciilidae africani, piu’ romantici e meno pratici, usano invece il gonopodio come ventaglio, per spingere gli spermi verso la femmina.

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Guppy (Poecilia reticulata) col gonopodio puntato in avanti. Foto: © Mollymonticello

Gli anfibi non sono molto diversi dai pesci sotto questo aspetto, e la fertilizzazione esterna e’ quasi la norma, con al meglio un contatto tra la cloaca del maschio e quella della femmina. Quasi, pero’. Ci sono infatti due eccezioni singolari: la prima riguarda una famiglia molto primitiva di rane nord-americane che comprende solo due specie (Ascaphus montanus e Ascaphus  truei) dette saggiamente”rane con la coda”, solo che la coda non e’ una coda. Si tratta invece di una estensione della cloaca che viene usata come organo copulatore per la fertilizzazione interna di queste rane: una mossa saggia, visto che vivono in corsi d’acqua molto veloci che porterebbero via le uova. Ne consegue che le rane con la coda femmine non hanno la coda, e che ancora una volta la “coda” si e’ evoluta del tutto indipendentemente, questa volta da un organo differente, la cloaca, che in queste rane e’ permanentemente estroflessa.

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Ascaphus sp. con la “coda” ben evidente. Foto: K. Petersen

Il secondo gruppo di anfibi “con la coda” e’ costituito dalle cecilie. L’organo copulatorio del maschio in questo caso si chiama phallodeum ed e’ costituito dalla parte terminale della cloaca che viene estroflessa e poi reintroflessa alla fine della copula grazie a muscoli specializzati. La forma del phallodeum cambia da specie a specie, in alcune cecilie africane e’ addirittura spinoso, mentre la forma della cloaca femminile varia poco tra le specie. La copula nelle cecilie dura anche diverse ore, quindi i muscoli che evertono e tengono eretto il phallodeum devono essere possenti, ed infatti sono coinvolti anche i muscoli della parete del corpo. E’ presente anche una ghiandola (Mülleriana) il cui secreto crea il medium adatto per gli spermatozoi, un primitivo tentativo di prostata, se vogliamo, laddove negli squali lo sperma viene semplicemente mescolato ad acqua di mare. Diciamo che rispetto alle salamandre, che fanno sesso per corrispondenza dato che il maschio passa un pacchetto con gli spermi alla femmina, le cecilie sono da Kamasutra. Guarda un po’, molte cecilie sono vivipare o ovovivipare. Come punizione divina per questa vita libidinosa, le cecilie si beccano ben due specie di vermi piatti (trematodi) parassiti nel phallodeo.

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Phallodeum di un maschio di cecilia. Foto: caudata.org

Anche tra gli uccelli gli organi copulatori non sono tenuti in particolare riguardo, dato che la maggior parte si limita al breve contatto tra le due cloache, detto romanticamente “bacio cloacale”. Esistono comunque eccezioni molto interessanti anche in questo caso: gli uccelli con un pene ammontano a circa il 3% di tutte le specie. Una spiegazione comune che viene data per la preferenza del bacio cloacale e’ che in questo modo le femmine possono evitare meglio accoppiamenti forzati e controllare con piu’ facilita’ quale spermatozoo raggiungera’ l’uovo. Io aggiungerei che nessun uccello e’ viviparo o ovoviviparo, e ancora una volte i due eventi (oviparita’ e assenza del pene) sembrano collegati, sebbene gli uccelli abbiano cure parentali estese.

Un gruppo di uccelli interessante per la presenza di un vero e proprio pene (ma sarebbe piu’ corretto parlare di fallo, a quanto pare il termine pene andrebbe riferito solo agli esseri umani) sono i ratiti, ovvero gli struzzi, gli emu’, i nandu’ i casuari, i kiwi e i tinamou, piu’ gli estinti uccello elefante e moa. Se le dimensioni dell’uccello sono in proporzione a quelle dell’… uccello, non oso immaginare cosa doveva essere il fallo del moa, che era alto tre metri. Quello dello struzzo misura una ventina di cm a riposo e una quanrantina quando eretto. L’organo copulatore anche in questo caso deriva da un’estroflessione della cloaca, ma a questo punto dobbiamo fare un passo indietro, visto che sto usando un po’ troppo questo termine: cos’e’ la cloaca? E’ l’apertura unica di quasi tutti i vertebrati, dove sfociano sia l’apparato riproduttore che quello escretore che quello digerente. Insomma, serve sia al passaggio di urina e feci che di spermatozoi e uova. Nome molto appropriato, direi. Noi mammiferi abbiamo invece un’uscita per ciascun apparato.

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Fallo estroflesso per prolasso in uno struzzo morto. Si noti il canaletto per lo sperma sulla superficie superiore. Foto: © tbd1

Il fallo e’ un tubo di tessuto contenuto all’interno della cloaca, di colore rosso vivo per via dei vasi sanguigni. Al momento della copula si gonfia non per il sangue come accade a noi ma per la linfa, e si rovescia fuoriuscendo. Immaginate il dito di un guanto rigirato all’interno che viene spinto verso l’esterno nella sua posizione normale: la superficie a contatto con la femmina e’ quella che a riposo e’ all’interno. Su questa superficie c’e’ un canaletto aperto, in cui scorre lo sperma proveniente dai tubuli seminiferi che sboccano nella cloaca. Per la prima volta in questo post, finalmente, anche le femmine hanno un organo comparabile, che viene per l’appunto detto clitoride ed e’ molto simile come struttura, solo piu’ piccolo. Non saprei dire pero’ se l’analogia e’ del tutto sovrapponibile con gli esseri umani, e quindi se durante la copula il clitoride svolge lo stesso compito di eccitabilita’ nelle femmine di struzzo e di uomo. Nel casuario il clitoride e’ cosi’ grande che la femmina viene considerata androgina o ermafrodita dalle tribu’ locali.

L’altro grande gruppo di uccelli superdotati sono gli anatidi (anatre, oche e cigni), che necessitano di un fallo per via delle abitudini sessuali spesso promiscue: in diverse specie, all’estremita’ del fallo a forma di cavatappi c’e’ uno “spazzolino” che serve a pulire le vie genitali femminili dallo sperma dei concorrenti, e aumenta le probabilita’ di successo di essere il padre dei pulcini; una specie di scovolino sessuale, insomma, che nelle anatre e’ in media tra i 5 e i 9 cm, nelle oche e’ piu’ ridotto. Ed e’ proprio tra le anatre che si ritrova il John Holmes dei vertebrati, il gobbo rugginoso argentino (Oxyura vittata), di cui e’ stato rinvenuto un esemplare con un fallo di 42.5 cm, piu’ lungo del corpo dell’animale, e per giunta ricoperto di spine lungo tutta la sua lunghezza. Le vie sessuali femminili, corrispondentemente, sono contorte e convolute, in modo da garantire alla femmina un minimo di controllo sulla paternita’: se il maschio non imbocca la strada giusta, che si apre a sinistra nella cloaca, il che puo’ accadere se il maschio ha fretta perche’ sta forzando l’accoppiamento, le possibilita’ riproduttive diminuiscono. Non efficace come uno spray al peperoncino negli occhi, ma ci si prova. E’ dimostrato pero’ che i maschi con un organo copulatore piu’ lungo, nelle anatre, hanno un maggiore successo riproduttivo, il che spiega la selezione di organi tanto anomali. Non e’ noto quale porzione di questo lunghissimo organo riproduttore venga introdotto nella femmina, ma l’ipotesi che l’enorme fallo venga utilizzato come una coda di pavone per impressionare la femmina e’ stata contestata come antropocentrica. In ogni caso, l’organo (come negli struzzi)  e’ contenuto in una tasca all’interno della cloaca e presenta dei canali laterali a grondaia per il trasporto dello sperma.

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Oxyura vittata con il pene estroflesso

Altri uccelli, come i fenicotteri, hanno un pene, ma e’ in generale di dimensioni piu’ modeste.

Un’ultima considerazione: l’antenato comune degli amnioti, rettili, uccelli e mammiferi, aveva un pene. Questo significa che quest’organo e’ andato perso nel 97% degli uccelli, e probabilmente la “scelta”evoluzionistica di questa perdita e’ stata fatta dalle femmine. Se pensate che vostra moglie sia castrante, ringraziate di non essere un passero.

Adesso prendiamo un po’ di fiato, visto che le immagini diventano sempre piu’ porno e rimandiamo alla prossima puntata osservazioni e commenti sugli organi copulatori dei rettili e dei mammiferi.

Published by tupaia on October 4th, 2009 tagged anatomia, Squali, Anfibi, Pesci, Uccelli | 24 Comments »